DONATO CARRISI.

LA DONNA DEI FIORI DI CARTA.

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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il monte Fumo  una cattedrale di ghiaccio, teatro di una battaglia decisiva. Ma l'eco dei
combattimenti non varca l'entrata della caverna in cui avviene un confronto fra due uomini. Uno  un
prigioniero che all'alba sar fucilato, a meno che non riveli nome e grado. L'altro  un medico che ha
solo una notte per convincerlo a parlare, ma che ancora non sa che ci che sta per sentire  molto pi di
quanto ha chiesto e cambier per sempre anche la sua esistenza. Perch le vite di questi due uomini che
dovrebbero essere nemici, in realt, sono legate. Sono appese a un filo sottile come il fumo che si leva
dalle loro sigarette e dipendono dalle risposte a tre domande.
Chi  il prigioniero? Chi  Guzman? Chi era l'uomo che fumava sul Titanic?
Questa  la storia della verit nascosta nell'abisso di una leggenda.
Questa  la storia di un eroe insolito e della sua ossessione.
Questa storia ha attraversato il tempo e ingannato la morte, perch  destinata al cuore di una
donna misteriosa.
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L'Autore.
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Donato Carrisi  nato nel 1973 a Martina Franca e vive a Roma. Dopo la laurea in
Giurisprudenza, ha studiato criminologia e scienza del comportamento.  sceneggiatore di serie
televisive e per il cinema.  una firma del Corriere della Sera ed  l'autore dei romanzi bestseller
internazionali Il suggeritore e Il tribunale delle anime. Ha vinto prestigiosi premi fra cui il Bancarella
in Italia, il Prix Polar e il Prix Livre de poche, il pi importante premio dei lettori in Francia.
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A Daniela Bernab.
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La storia che leggerete in queste pagine  vera. Tutto il resto, inevitabilmente,  inventato.
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1.
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La notte fra il 14 e il 15 aprile del 1912, mentre il transatlantico Titanic affondava senza aver
terminato il viaggio inaugurale, uno dei passeggeri scese nella sua cabina di prima classe, indoss uno
smoking e risal sul ponte.
Invece di cercare di salvarsi, si accese un sigaro e attese di morire.
Quando fu domandato ai superstiti del naufragio chi fosse il misterioso uomo, molti furono
concordi nell'indicare un certo Otto Feerstein, commerciante di tessuti, che viaggiava per affari, da solo.
A nessuno di loro fu rivelata subito la particolare circostanza che Otto Feerstein, in realt, era
morto nel proprio letto, a casa sua, a Dresda. Due giorni prima che il Titanic salpasse.
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2.
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Un'immensa cattedrale di ghiaccio.
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Jacob Roumann osservava la montagna al riparo del muro di trincea. Era l che seppellivano i
morti, nel ghiacciaio perenne. La roccia era troppo dura per scavare delle fosse. Ma c'era un aspetto
positivo. In quelle tombe di gelo, i corpi si sarebbero conservati intatti per milioni di anni.
Per sempre giovane, pens mentre con una carezza chiudeva le palpebre al soldato che non era
riuscito a salvare  che et poteva avere? Diciotto, diciannove anni. Poi Jacob Roumann si volt verso
una bacinella di zinco e intinse nell'acqua le mani sporche di sangue. Da un paio d'ore le armi tacevano
 quanto sarebbe durata?
Maledetto ghiaccio, disse fra s.
Aveva sperato che il freddo rallentasse l'emorragia del ferito. Era stato inutile. Senza farmaci e
con gli strumenti scarsi e usurati che aveva a disposizione non sarebbe stato possibile arrestare il
dissanguamento. E anche se ci fosse riuscito, a che scopo? Quelli che guariva venivano rispediti in
prima linea. Li rimetteva in piedi perch ammazzassero qualcuno o si facessero ammazzare 
bell'impresa! In fin dei conti, anche lui lavorava al soldo di madre morte.
Sono il clown piazzato da Dio nel bel mezzo dell'Apocalisse, si diceva.
Ogni cosa intorno a lui mancava di senso logico. Tanto per cominciare, era primavera ma
sembrava inverno. La chiamavano Guerra Mondiale, ma in fondo era sempre la stessa merda. Una
promettente generazione di austriaci  i migliori figli della Patria  era venuta fin quass a farsi
trucidare in nome di un futuro che, con molta probabilit, non avrebbe visto mai. Jacob Roumann
vedeva arrivare ragazzi carichi di ormoni e di ideali e, dopo qualche settimana di trincea, gli
sembravano dei vecchi impauriti e rancorosi. E biasimava anche gli italiani dall'altro lato del fronte.
Male equipaggiati e senza alcuna preparazione bellica, erano mossi dal ricordo del loro Risorgimento.
Spinti dall'esigenza di emulare i padri, i figli volevano ritagliarsi un ruolo nella Storia, senza intuire
che, finita questa guerra, prima o poi ne sarebbe arrivata un'altra e la Storia stessa li avrebbe
dimenticati.
E lui? Cosa ci faceva l? Se lo chiedeva sempre pi di frequente.
Quel 14 aprile compiva trentadue anni e si rendeva conto che, fra tutti i paradossi, il pi
clamoroso era proprio lui. Sono un ossimoro, si ripeteva.
Jacob Roumann, medico di guerra.
Nel delirio collettivo di uomini stremati dalla fatica e dalle sofferenze, il dottore si aspettava che
qualcuno  almeno uno  recuperasse un po' di senno e, alzandosi da una trincea, si mettesse a urlare
che tutto questo era semplicemente stupido. Forse allora l'incantesimo si sarebbe spezzato e tutti
avrebbero compreso quella follia e se ne sarebbero tornati alle proprie citt, dalle proprie famiglie.
Jacob Roumann, per, non aveva nessuno da cui tornare. Sua moglie l'aveva lasciato per un
altro uomo. Gliel'aveva comunicato con una lettera di poche righe che gli era pervenuta solo da una
settimana, anche se lei l'aveva scritta otto mesi prima. Otto mesi in cui lui aveva creduto di essere
amato. Otto mesi passati a desiderare il letto nel suo appartamento, a Vienna. Le sue pantofole accanto
alla porta d'ingresso. La sinfonia del silenzio diretta magistralmente dalla pendola del soggiorno
mentre leggeva un libro. Perch se riesci a sopravvivere a una guerra, la ricompensa non  essere vivo
ma poter tornare a casa.
Un colpo di obice partito dal versante dolomitico occupato dagli italiani risuon fra le cime.
Jacob Roumann si ridest dai suoi pensieri: la breve tregua era finita. Di l a qualche secondo, il loro
esercito avrebbe risposto a quel primo sparo e la macchina bellica si sarebbe rimessa lentamente in
moto. Erano scaramucce preliminari, in vista di un'altra notte senza sonno. Aveva letto da qualche
parte che, per via della pressione a cui sono sottoposti, i soldati non sognano. Perci l'unico modo per
evadere dalla realt  morire.
Jacob Roumann fiss il giovane che era appena spirato sotto le sue mani. Non voleva mai
sapere i nomi, non lo interessavano. Tanto li avrebbe dimenticati, cos come dimenticava i volti e i
motivi per cui se n'erano andati.
Era altro che conservava di loro.
Prese dalla tasca un libriccino nero, un'agenda del 1916 con le pagine consumate e macchiate di
sangue o di lubrificante per fucili. Le sfogli fino a giungere al 14 aprile. Consult l'orologio da
taschino e con un lapis aggiunse un'altra voce a un elenco che riempiva quasi tutto il foglio.
Ore 20.07. Soldato semplice: Appare.
Aveva appena terminato l'appunto, quando riconobbe il rumore inconfondibile degli scarponi
del sergente. Era sicuro che fosse venuto a convocarlo per conto del maggiore.
Dottore, seguitemi per favore, esord senza neanche salutare. C' bisogno di voi.
Ah, s? E a chi devo salvare la vita stavolta? chiese Jacob Roumann, facendo cadere
ironicamente lo sguardo sul giovane cadavere.
La risposta del sergente fu priva di sarcasmo. A un nemico.
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Il maggiore lo accolse di spalle, mentre si sbarbava. L'attendente gli reggeva un pezzo di
specchio davanti alla faccia. Il poveretto tremava per il freddo, ma cercava lo stesso di stare immobile
per non indispettire il superiore.
Il maggiore disegnava col rasoio il profilo del pizzo e intanto sfidava il gelo in maniche di
camicia. Aveva fatto sistemare le sue cose nell'angolo di trincea che fino a due giorni prima era stato
occupato dal tenente colonnello, catturato dal nemico in un'imboscata. C'erano una branda, una piccola
stufa e, come riparo, un tetto di assi di legno.
Il sergente e Jacob Roumann si fermarono sulla soglia del piccolo regno usurpato. Nessuno
osava interrompere la toeletta dell'ufficiale che, al momento, era il pi alto in grado.
Temendo un'ipotermia per eccesso di zelo gerarchico, il medico ruppe gli indugi. Mi avete
fatto chiamare, signor maggiore?
Senza voltarsi, e senza nemmeno scostare il rasoio dal viso, il superiore finalmente parl.
Sapete qual  la prima dote di un militare, dottore?
Jacob Roumann resistette alla tentazione di alzare gli occhi al cielo, in segno di esasperazione.
Perch ogni volta che doveva impartire un ordine  fosse anche quello di svuotare il bugliolo con i suoi
escrementi  il maggiore avvertiva il bisogno di premettere una specie di lezioncina morale? Non
poteva arrivare subito al sodo? In guerra non si sprecava gi abbastanza vita?
No, signore: non so quale sia la prima dote di un militare. Ma scommise con se stesso che
l'altro avrebbe detto la disciplina.
Il maggiore sembr compiaciuto di poter fornire la risposta. La prima dote  la disciplina.
Ecco, appunto, si disse Jacob Roumann.
E la disciplina la si chiede prima di tutto a se stessi. Altrimenti come pu un buon comandante
impartirla ai propri uomini?  per questo motivo che mi presento sempre alla truppa nel migliore dei
modi. La cura della mia persona  essenziale. I miei stivali devono essere sempre lucidi, la mia divisa
immacolata. E lo sapete perch? Ma non gli lasci il tempo di rispondere. Perch, se usassi il
pretesto delle condizioni avverse per lasciarmi andare, fiaccherei la volont dei miei soldati.
Voi fornite un ottimo esempio. Grazie, signore. Jacob Roumann si accorse troppo tardi che
dalla sua voce era trasparsa una leggera nota di sarcasmo.
Il maggiore gli lanci un'occhiataccia attraverso lo specchio. Il tono si fece severo. Il nemico
ci ha dato una dura lezione due giorni fa.
Quella era una strana guerra, consider Jacob Roumann. Sul fronte ad alta quota si combatteva
solo in primavera e in estate. Ma avevano comunque trascorso l'inverno nelle trincee, in un'attesa
logorante, pur di non perdere le posizioni conquistate. Gli austriaci controllavano le cime delle
Dolomiti che gli italiani cercavano di conquistare, perci combattevano con un vantaggio strategico.
Ma il nemico non aveva atteso il cambio di stagione per riprendere le operazioni. Il 12 aprile, durante
una tormenta di neve, inaspettatamente gli italiani avevano sferrato un attacco micidiale, cogliendo
impreparate le loro difese. Erano incredibilmente motivati, si erano gettati a migliaia sulle loro linee nel
tentativo di sfondare.
Abbiamo perso gran parte del confine, ribad il maggiore, come se ce ne fosse bisogno. Ci
resta solo questa posizione. L'ultimo baluardo dell'Austria  qui, sul monte Fumo.
L'enfasi del superiore preludeva al cuore della questione. Presto Jacob Roumann avrebbe
scoperto perch era stato convocato, e cos'era la storia a cui aveva accennato il sergente  il nemico al
quale doveva salvare la vita.
Non immaginava che di l a poco sarebbe cambiata la sua, di vita.
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Quando il destino decide di deviare il corso della nostra esistenza non ci avverte  cos avrebbe
pensato negli anni a venire Jacob Roumann.
Il Fato non fornisce indizi.
Non ci sono avvisaglie oppure  per chi ha bisogno di una visione mistica  segni. Accade e
basta. E quando succede, si verifica come una cesura. E per il resto della vita sarai costretto a una
distinzione. Ci che c'era prima di quel momento, e il dopo.
Ripensando a se stesso in quel frangente, a pochi minuti dall'evento che avrebbe cambiato tutto,
Jacob Roumann avrebbe provato benevolenza  come quella che si nutre nei confronti dell'innocenza
dei bambini. Ma anche nostalgia  perch, a differenza delle cose brutte, quelle belle capitano una volta
sola, e poi ne rimane soltanto il rimpianto.
Il maggiore pos il rasoio e si pass un panno di lino sul viso. Mentre l'attendente l'aiutava a
indossare la giacca, spieg: Stanotte abbiamo intercettato una pattuglia di alpini che si muoveva in
avanscoperta sul versante sud. C' stato un breve conflitto a fuoco, ma alla fine li abbiamo catturati.
Sono in cinque.
I miei complimenti, signore, lo assecond il dottore, che cercava di capire quale fosse la sua
parte in quella storia. Ci sono feriti? Volete che li visiti prima che vengano mandati in un campo di
prigionia?
 escluso. Abbiamo bisogno di inviare un segnale di forza agli italiani, e anche ai nostri
uomini, per il morale. Perci all'alba di domani i prigionieri saranno fucilati come spie.
Jacob Roumann comprese e ne fu nauseato. Tent di tenere a freno il proprio disgusto quando
azzard: Desiderate che mi accerti delle loro condizioni in modo che arrivino con le loro gambe
davanti al plotone d'esecuzione?
Smettetela, stanno benissimo, si alter il maggiore.
Allora cosa diamine voleva da lui, si domand Jacob Roumann.
Abbiamo il sospetto che uno dei cinque sia un ufficiale: gli altri sembrano dipendere dai suoi
ordini. Solo che non ne abbiamo la certezza, perch non ha i gradi sulla divisa.
Non capisco: volete carpirgli delle informazioni?
 un tipo ostico, non parlerebbe mai.
Jacob Roumann era sicuro che il maggiore, invece, ci avesse provato a lungo ma senza esito.
Qual  il piano, allora?
Potremmo usarlo per uno scambio con qualche nostro ufficiale prigioniero degli italiani.
Vi riferite al signor tenente colonnello, immagino. Il medico intravedeva la perfezione della
strategia del maggiore: se fosse riuscito a liberarlo, avrebbe ottenuto in cambio un encomio o, magari,
una promozione. L'avete gi proposto all'ufficiale italiano?
Certo! Ma lo stolto insiste ad affermare di essere un semplice soldato. Vuole il ruolo dell'eroe
e farsi fucilare insieme ai suoi uomini. Si concesse una pausa a effetto e punt gli occhietti cattivi in
quelli di Jacob Roumann. Per questo dovrete convincerlo a rivelarvi la sua identit.
Finalmente, per il dottore fu tutto chiaro: gli stava proponendo un patto che prevedeva benefici
anche per lui.
Il maggiore gli avvicin il naso prominente alla faccia, in modo che il sergente e l'attendente
non potessero udire l'appendice del discorso. Per un uomo che si  fatto soffiare la moglie, e che per
questo ha perso stima e rispetto, sarebbe onorevole poter tornare a Vienna con una medaglia... Si
metterebbero a tacere tante brutte voci.
Il tono mellifluo e l'insopportabile alito caldo del maggiore rendevano ancor pi sgradevoli
quelle parole. Jacob Roumann non lasci trasparire nulla, come se il suo onore non fosse stato
nemmeno scalfito. Si limit a domandare: Perch dovrei riuscirci proprio io?
Ho saputo che parlate la sua lingua, sbaglio?
Ma Jacob Roumann non la bevve e ribad: Perch io?
Il maggiore lo disse con una smorfia sprezzante, stavolta ad alta voce, perch lo udissero anche
gli altri. Perch voi non sembrate un soldato.
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Si era fatto consegnare dall'attendente la scatola di caff che faceva parte della dotazione
privata del maggiore. Era sicuro che il superiore non si sarebbe risentito, visto che aveva intenzione di
servirsene per familiarizzare con il prigioniero. Si procur un paio di tazze di metallo e un bricco che
riemp di neve fresca. Poi un pezzo di lardo, del pane nero, alcuni biscotti all'anice  duri come pietre
, cartine e un astuccio di tabacco.
Mentre metteva insieme il piccolo tesoro, Jacob Roumann pensava a ci che avrebbe detto
all'italiano. Non aveva idee, solo qualche spunto. Ma per quanto all'inizio avesse accettato per non
dare soddisfazione al maggiore che lo credeva un debole e un inetto, man mano si era convinto di voler
riuscire nell'impresa. Non era per la medaglia, anche perch era sicuro che non avrebbe portato alcun
giovamento alla sua reputazione di marito ripudiato  e di uomo dimezzato. C'era una ragione che gli
premeva pi di altre.
Voleva salvare una vita. Almeno una, in mezzo a tanta morte.
Posso curare un soldato, a volte guarirlo, si diceva Jacob Roumann. Ma con ci avr solo
rimandato il suo destino, e forse abbreviato quello di qualcun altro. Non gli era mai stata offerta
davvero l'opportunit d'impedire una morte. Il suo ruolo era stato quello di semplice esecutore degli
ordini, il servitore di un disegno pi grande e terribile, a cui non avrebbe potuto opporsi. Come
l'operaio di una catena di montaggio che non sa realmente a quale fine sta contribuendo.
Invece adesso poteva cambiare le cose. Perlomeno una cosa. Quella.
Con una piccola speranza di riuscita, Jacob Roumann s'incammin verso la grotta dove era
detenuto l'italiano. Teneva fra le braccia gli oggetti che si era procurato. Le tazze di metallo
tintinnavano fra loro e contro il bricco a ogni passo. Il dottore si sentiva stranamente euforico.
Avrebbe scoperto l'identit del prigioniero.
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Una pesante tenda di colore verde copriva, mimetizzandolo, l'accesso alla grotta. Jacob
Roumann, dopo essersi fatto riconoscere dai soldati di guardia, la scost per accedere all'antro e la
richiuse subito dietro di s. Il vento protest alle sue spalle, scuotendo la stoffa. La fiammella di una
lampada a petrolio dondol per qualche istante, proiettando ombre vacillanti tutt'intorno. C'erano un
tavolo e un paio di sedie malandate. Casse di legno che contenevano componenti d'artiglieria pesante.
Odore di umidit e paglia ammuffita. E silenzio.
Solo dopo qualche secondo, il dottore lo vide.
Il prigioniero se ne stava accovacciato per terra, in fondo alla caverna. Immobile, con la schiena
addossata alla parete di roccia. La debole luce giallastra ne svelava a malapena le mani intrecciate
davanti a s e gli scarponi sporchi di fango. Tutto il resto, s'intuiva.
Per prima cosa, Jacob Roumann si liber le braccia e pos sul tavolo i doni che aveva portato.
Buonasera, disse in perfetto italiano.
Il prigioniero non rispose.
Il dottore sorvol e prosegu: Immagino che avrete fame, ho portato un po' di roba da
mangiare. C' anche del caff. E posso tranquillamente confessarvi che forse  il motivo principale per
cui sono venuto a parlarvi: sono quasi due anni che non ne assaggio una tazza.
Il prigioniero non sembrava interessato. Jacob Roumann non si era illuso, si aspettava tale
resistenza. Si mise a sedere e, con grande pazienza, tolse la copertura alla lampada a petrolio e vi pos
il bricco con la neve, per farla sciogliere al calore della fiammella. Quando l'acqua arriv a ebollizione,
aggiunse un paio di cucchiaini di caff, mescol il liquido e la polvere. Vers la bevanda nelle tazze,
prese la propria e, tenendola con entrambe le mani, annus l'aroma e se ne lasci pervadere prima di
bere. Poi allung l'altra sul tavolo, in direzione del prigioniero.
Il mio comandante mi disprezza. Penso che abbia scelto me perch sembro esattamente ci che
sono: un medico condotto prestato a una guerra. Forse per carenza di audacia, non sono in grado di
capirla. Chiss. Credo che questo, nella mente del mio superiore  alquanto ordinaria e priva di slanci, 
significhi che forse vi aprirete pi facilmente se avrete l'impressione di non trovarvi di fronte un
militare. Nessuna reazione da parte dell'italiano. E la cosa vi stupir, ne sono certo, ma per quanto
non stimi affatto il maggiore, spero davvero che abbia ragione. Perch, in tutta franchezza, non ne
posso pi di veder morire uomini di ogni tipo per una cosa tanto dappoco come questa.
Jacob Roumann osservava il vapore che esalava dalla tazza del prigioniero, senza che lui si
degnasse di toccarla. Avrebbe voluto vedere il volto nascosto nell'ombra, ma non riusciva nemmeno a
udirne il respiro.
Chi siete? Non si attendeva certo una risposta. Ve lo chiedo perch io sono la vostra ultima
speranza. In quanto medico, il ruolo mi compete deontologicamente. Ma sono stanco di essere l'ultima
speranza di tutti qui intorno. Dopo di me, rimane solo Dio. Riuscite a comprendere la mia
responsabilit?
Jacob Roumann si blocc, perch gli era parso di scorgere un sorriso. Non riusciva a vederlo,
questo no. Si era trattato forse di una specie di miraggio  non di luce ma di ombra. S, qualcosa aveva
turbato per un istante la consistenza dell'oscurit che avvolgeva il capo del prigioniero. Una leggera
increspatura. Fu un incentivo a proseguire.
Il vostro nome in cambio della vostra vita, non mi sembra cos irragionevole come baratto. In
fondo, si tratta di rispondere a una semplice domanda. Cercava di sembrare ironico, perch aveva
capito che l'ironia poteva essere una chiave. Voi tornerete dai vostri commilitoni e a me conferiranno
una medaglia. Avanti, su... Non voglio ricordarmi di questo giorno in questo modo, ho gi troppi brutti
ricordi. Non vorrete morire proprio qui, in cima al monte Fumo. E oggi  perfino il mio compleanno.
Sono tre.
La frase lo colse impreparato. Proprio non se lo aspettava. Il prigioniero aveva parlato. La voce,
calda e perentoria, era emersa dall'oscurit.
Cosa avete detto? Temo di non aver compreso bene.
Tre, ripet il prigioniero. Sono tre, le domande.
Perch proprio tre? lo assecond subito, come il pescatore che si affretta a cedere un po' di
lenza perch teme di perdere il pesce che ha appena abboccato.
Perch senza le altre due, quella che vi interessa non avrebbe senso.
Jacob Roumann non cap dove volesse andare a parare. Se il motivo  questo, rimediamo
subito! Ditemi quali sono le domande che devo porvi, e io ve le far.
Vedo che avete portato del tabacco.
Jacob Roumann abbass lo sguardo sull'astuccio e le cartine che erano sul tavolo, accanto al
suo gomito.
Ecco cosa faremo. Faremo un patto, disse il prigioniero. Voi mi preparerete da fumare e io
vi dir tutto. Siete disposto ad ascoltare una storia, vero?
Jacob Roumann non riusc a intuire se si trattasse o meno di un inganno, ma era convinto che
l'italiano tramasse qualcosa. Intanto apr l'astuccio col tabacco  vista la penuria dei tempi, era
mischiato con la segatura  e inizi a manipolarlo per riempire una cartina.
Il vostro ascolto  una condizione imprescindibile, prosegu il prigioniero. Allora, ci state?
Ascolter la vostra storia. Ma alla fine avr la mia risposta?
L'avrete.
Mi date la vostra parola?
Vi do la mia parola.
Jacob Roumann si alz e si avvicin all'italiano porgendogli una sigaretta insieme a una scatola
di fiammiferi. Questi allung una mano per raccogliere quel dono e fu come se l'accordo fosse stato
suggellato da una stretta solenne. Quindi sfreg uno dei fiammiferi sulla parete di roccia che aveva
accanto e se lo port alle labbra, proteggendo la preziosa fiamma con il palmo. Jacob Roumann vide
parte del suo volto apparire in una corolla gialla. La barba lunga, le rughe intorno agli occhi, il profilo
di un naso aquilino  nient'altro.
Questa storia comincia con un fiammifero, disse l'italiano.  breve e fragile, la vita di un
fiammifero, come quella di tutti noi. Soffi sulla fiamma e il suo volto si dissolse in un rivolo di
fumo. Uno spirito nero sale in cielo e svanisce in un odore dolciastro. Il ricordo vive ancora per
qualche minuto, dentro il tabacco.
Jacob Roumann torn a sedersi al tavolo. Quali sono le tre domande?
Chi  Guzman? Chi sono io? E chi era l'uomo che fumava sul Titanic?
7
Dunque, dal principio. Chi  Guzman?
Ci sono uomini che sanno fare delle cose. Ad esempio, un uomo, a Noel, sapeva tenere un
bastone in equilibrio sulla punta del naso. I figli dei pescatori del Volga imparano prima a nuotare che a
parlare. Garko Vargas sapeva schivare bene i coltelli. Tutte le mogli di Garko Vargas sapevano tirarli
bene, i coltelli.
Guardandoli, quegli uomini, ti chiedi solo da dove provenga il loro talento. E perch loro ce
l'abbiano e tu no.
Guzman sapeva fare una cosa.
Fumare.
I ricordi che ho di lui me lo raffigurano sempre cos: le mani gialle, gli occhi vispi, mentre
mastica e morde sigari aromatizzati, confezionati con precisione da dita sottili, umidi di olio, avidi di
fuoco, che borbottano pigri tra i suoi denti serrati facendolo sembrare una locomotiva a vapore.
Oppure fuma tabacco di ghisa, arrotolato con cura in carta da zucchero che sembra seta, che
brucia come polvere da sparo.
O aspira da lunghe e magrissime sigarette d'avorio  donne androgine, senza forme. A volte le
ho viste in bilico sulle sue labbra, nobili e fiere nella morte lenta di una piccola brace.
Ma non era tanto il fumare. Era ci che stava intorno a quell'atto a renderlo speciale. Racchiuso
in quel gesto c'era un sentimento. Un brivido elettrico che coinvolgeva i sensi  tutti quanti. Perch
tutto ci che Guzman fumava aveva una storia. E durante quell'atto lui la riviveva, la ripeteva e, a
volte, la raccontava.
Lui assaggiava le emozioni, e si emozionava.
Cos' quest'affare delle storie? domand insistente Jacob Roumann.
Un attimo, ci sto arrivando, rispose il prigioniero.
8
Aveva dodici anni Guzman quando sua madre decise di trapiantarlo a Marsiglia. Inseguivano
suo padre.
Quand'erano giovani, lui l'aveva corteggiata per quasi un decennio. Ma lei non ne voleva
sapere e continuava a respingerlo. Non le piaceva il suo aspetto. Non le piacevano i suoi modi. Non le
piaceva il colore dei suoi occhi  pu sembrare un'inezia, ma per alcuni  di vitale importanza il colore
di uno sguardo.
Sar con quegli occhi che ti guarderai per il resto della tua vita, gli ripeteva sempre sua madre.
Gli occhi di chi amiamo ci fanno da specchio.
Per convincerla che lui fosse l'uomo del suo destino, il padre di Guzman le prov tutte. Ogni
giorno le mandava una rosa. Le scriveva lettere lunghissime, piene di elogi. Commissionava versi ai
poeti per lei. Ma nessun gesto romantico riusciva a farle cambiare opinione. Finch lui non fece l'unica
cosa che non aveva tentato.
Smettere.
Un bel giorno, la solita rosa non arriv. Quella settimana il postino non recapit alcuna lettera.
Le poesie che parlavano di lei le sembrarono di colpo riferite a qualcun'altra.
La madre di Guzman cominci a domandarsi il motivo della strana resa, e a soffrirne.
Improvvisamente orfana di quel molesto romanticismo, si accorse che ormai lui era entrato nella
routine delle sue giornate, costringendola ad affezionarsi silenziosamente. D'un tratto il colore dei suoi
occhi non aveva pi importanza, la ragazza scopr di non riuscire pi a farne a meno.
La tenacia alla lunga aveva portato i suoi frutti. E alla fine, lei accett perfino di sposarlo e di
fare un figlio.
Quando lui se ne and di casa  senza una parola, un giorno di febbraio , lei giur a Guzman
che l'avrebbe ritrovato e ricondotto indietro.
Era una donna minuta e caparbia.
Cos cominciarono a inseguirlo. Lo trovarono quasi subito, a Torino, ma appena seppe che
moglie e figlio erano in citt non esit a scappare. Lo rintracciarono, ma solo per qualche ora, a
Bruxelles. Lo mancarono per un pelo a Francoforte. A Londra si pu dire che lo sfiorarono. E cos per
mezza Europa.
In tutti i domicili abbandonati in gran fretta dal marito, la madre di Guzman trovava l'indizio di
una presenza femminile. Una volta era un foulard. Un'altra, una boccetta di profumo vuota. Un abito da
sera in un armadio. Rossetto su una federa.
L'ossessione, generata in lei dall'idea di non poter sapere che aspetto avesse la donna che le era
stata preferita, era pi potente della rabbia per essere stata abbandonata.
Col tempo, lui divent sempre pi abile a far perdere le proprie tracce. Ma, di conseguenza,
anche la madre di Guzman impar a tallonarlo. Come il cacciatore che viene istruito dalla sua stessa
preda, ormai lei era capace di prevedere le sue mosse.
Ogni volta si stabilivano in una nuova citt, cercavano una casa e iniziava la ricerca. La donna
era brava a raccogliere informazioni, aveva acquisito un metodo. E Guzman veniva iscritto a una nuova
scuola, faceva nuove conoscenze. Ma non durava molto. Un mese o due e poi tutto ricominciava.
All'inizio della caccia all'uomo, quando Guzman aveva sette o otto anni, capiva ben poco di ci
che stava realmente accadendo. In verit, allora gli sembrava una specie di gioco. Credeva che fosse
fantastico modificare casa, amici, citt da un giorno all'altro. Non si sentiva diverso dagli altri bambini.
Eppure lo era.
Ma a Marsiglia le cose sarebbero cambiate.
9
Arrivarono in citt perch le ultime notizie sul fuggiasco lo volevano stanziale nel Sud della
Francia. Come ho gi detto, all'epoca Guzman aveva dodici anni. Un'et strana, fatta di misteriose
pulsioni, indecifrabili istinti, curiosit inappagate. Cose che, di solito, richiedono la presenza, quanto
meno, di una figura paterna. L'oggetto del suo interesse era sempre lo stesso  bizzarro come fino a
qualche tempo prima non immaginasse nemmeno che l'argomento potesse attrarlo tanto.
Le donne.
L'amante di suo padre, l'avversaria che sua madre aveva rimesso insieme come un mosaico con
i souvenir raccolti in giro per l'Europa, poteva essere una valida fonte di risposte per il giovane
Guzman. Ma da quei cimeli di femmina, a parte qualche nozione sull'evoluzione dell'haute couture,
non riusc a ricavare granch.
La giusta ispirazione arriv inattesa il giorno in cui scopr l'antro nebbioso di Madame Li.
In un pomeriggio di primavera, il giovane Guzman, privo di mansioni, si trovava a bighellonare
lungo il viale della Canebire, in direzione del vecchio porto. Gli piaceva andare a spasso senza far
niente. In testa aveva una moltitudine di pensieri ma, come capita a quell'et, ancora non sapeva cosa
farsene.
Le fabbriche di sapone vomitavano in cielo fumi che il vento esportava in quella parte di citt.
L'aria aveva un odore intenso. Si stava addensando un temporale. La pioggia inizi a cadere mentre da
un lato del cielo trionfava ancora il sole. Le gocce erano calde e pesanti. Guzman allung il palmo e
scopr che erano pure vischiose. Pens che fosse per effetto delle esalazioni delle fabbriche di sapone 
olio di copra o di palma insieme alla soda, mischiati con l'acqua piovana. Ben presto la strada si ricopr
di una patina di schiuma. Succedeva anche questo, a volte, a Marsiglia. E mentre i carri trainati dai
cavalli slittavano e qualche passante finiva col sedere per terra, Guzman, spinto da temerariet
adolescenziale, decise che non si sarebbe fatto sfuggire una simile occasione. Si sfil le scarpe, calcol
la rincorsa e stava per lanciarsi... quando si alz anche il vento. Uno scirocco rovente. Le folate
aprivano un varco nella coltre di pioggia. Guzman si blocc e vide passare sulla sua testa uno spirito
bianco, che aleggiava gonfiato dalla corrente d'aria.
Un fantasma di pizzo. Mutande da donna.
Ipnotizzato da quel richiamo, decise di seguirlo. Lasci la via larga per i vicoli, attento a non
perdere di vista la preziosa guida, sicuro che l'invito fosse rivolto soltanto a lui. Finch, in un cortile
chiuso, pi o meno a una decina di metri da dove si trovava, l'indumento fu artigliato da un bastone.
Guzman si precipit ad arrampicarsi sul muro di cinta e guard dall'altra parte.
La corte era una ragnatela di pali e corde tese, che sostenevano una sfilata di panni messi ad
asciugare sul retro di una lavanderia. Una donna filiforme, vestita di seta rossa, con i capelli nerissimi
raccolti in uno chignon, teneva fra le mani il bastone e l'indumento intimo che Guzman aveva scortato
fin l. Si volt, come se sapesse che il ragazzino si trovava alle sue spalle. Era cinese.
Alle mutande piace scappare, disse. Ma tanto tornano. Tornano sempre.
Guzman, incerto su cosa replicare, annu.
Le camicie sono pi educate. Le ghette, troppo timide. I colletti inamidati, troppo pigri,
aggiunse la donna. Il tono di voce era chiaro, ma ogni tanto precipitava in una specie di abisso,
diventando inaspettatamente profondo. Come fossero due voci insieme. Una maschile, l'altra
femminile.
Il giovane Guzman si sofferm sull'ovale del volto della bellissima orientale. La pioggia
scalfiva appena il pesante strato di trucco che lo ricopriva. Gli occhi, le labbra, gli zigomi, sembravano
dipinti. Ma sotto s'intuiva un'ombra scura di peluria.
Allora, lo vuoi un lavoro da garzone? gli propose Madame Li, l'ermafrodito pi famoso di
Marsiglia.
10
La lavanderia di Madame Li  un singolare inferno di vapore odoroso non di zolfo ma di
vaniglina  era la pi frequentata della citt. I ricchi marsigliesi erano contenti che fosse un ermafrodito
a occuparsi delle prove delle loro pi inconfessabili impudicizie. Uomini e donne potevano
inconsciamente contare sulla sua solidariet: poich lei apparteneva a entrambi i generi, non temevano
di essere giudicati. I loro panni sporchi erano in buone mani.
Si narrava che la strana creatura fosse nata in un villaggio di contadini, in una zona remota della
Cina. Per il lavoro nei campi servivano braccia maschili, perci era accettata consuetudine che le figlie
femmine spesso fossero soppresse al momento della nascita  di solito annegate in un catino dalla
stessa levatrice. Ma i genitori di Madame Li, trovandosi davanti quello scherzo di natura, non seppero
cosa fare. Il dubbio fu sufficiente a salvarle la vita.
Si diceva che a portarla in Europa fosse stato un mercante belga di agrumi per profumi, che la
scov per caso mentre era di passaggio da quelle parti. Aveva tredici anni e non fu difficile convincere
suo padre  che la percepiva come un enigma punitivo  a venderla.
Si raccontava che il mercante belga l'avesse fatta diventare l'attrazione principale di un cabaret
molto in voga a Parigi. Inoltre si malignava che a condurla a Marsiglia fosse stato l'amore parallelo e
consenziente per un magistrato e per sua moglie. Madame Li si divideva perfettamente in quel mnage,
perch ci era nella sua natura. Ma i due amanti, dapprincipio intrigati dal gioco ambiguo, avevano
iniziato a desiderare un'impossibile esclusiva. Siccome nessuno dei due poteva rivendicare quel
magnifico essere molteplice solo per s, avevano finito per diventare nemici. Alla fine, i due coniugi si
erano assassinati a vicenda.
Ma, come ho detto, si trattava perlopi di voci dovute all'abitudine della gente di attribuire agli
altri le proprie perversioni.
Invece credo di poter affermare con certezza che quella fu l'unica volta nella sua vita in cui
Guzman lavor. A compensarlo non erano i pochi spiccioli che riceveva come mancia ogni volta che
recapitava un pacco di biancheria pulita al domicilio di un cliente, ma la possibilit di entrare in
contatto con la lingerie.
Gli indumenti intimi femminili erano un universo di odori inconfessabili, selvatici, in cui far
vagare l'immaginazione, chiudendo gli occhi. Aveva accesso alla componente animale dell'umano. E
poteva sbizzarrire la sua fantasia adolescenziale, immaginando amplessi e coccole segrete.
Sperimentava l'oscuro piacere di peccare con l'olfatto.
Guzman era talmente integrato  e lieto  in quella nuova realt, da temere che sua madre
decidesse di trascinarlo via un'altra volta per proseguire quella specie di caccia grossa che era diventata
la loro esistenza. Per il momento, Marsiglia era ancora l'ultimo posto in cui suo padre fosse stato
avvistato, e ci lo rendeva tranquillo.
Ma la serenit croll il giorno in cui Madame Li gli piazz un involto di carta velina fra le
braccia. Conteneva un abito da sera di seta cruda. Doveva recapitarlo a un uomo di mezz'et di cui
conosceva fin troppo bene il nome anche se, praticamente, non ricordava pi come fosse fatto.
Portando quel fardello per le strade di Marsiglia  e un altro, ben pi pesante, dentro al cuore ,
Guzman si rec all'indirizzo indicato. In tutti gli anni al seguito della folle impresa di sua madre, non
aveva mai avuto realmente interesse a sapere dove fosse suo padre. A lei questo non l'aveva mai
confessato, perch temeva che ci rimanesse male. Si era limitato ad assecondarla.
Adesso per aveva scoperto l'unica cosa che non avrebbe mai voluto scoprire. Il luogo in cui si
nascondevano l'uomo grazie al quale era nato e la sua amante.
11
Mentre si recava all'Estaco, il quartiere degli artisti a nord della citt, Guzman pensava a una
possibile via d'uscita. Magari verr lei ad aprirmi, si diceva. Le consegno il pacco e giro i tacchi. E se
appare lui, non mi riconoscer. Impossibile, sono passati troppi anni e io ero cos piccolo. Sicuramente
non capir chi sono, ritirer la mancia e poi sar come se non fosse successo niente. Ognuno per la
propria strada.
Arriv nei pressi di una palazzina di due piani, che aveva insoliti richiami moreschi sulla
facciata. Sal fino al secondo pianerottolo e buss a una porta verde. Venne ad aprirgli un uomo con i
capelli grigi, la barba incolta e con indosso una giacca da camera. Fumava.
Appena vide Guzman, si blocc. Aveva impiegato meno di un istante a riconoscerlo. Rimasero
cos, impalati sulla soglia per quasi trenta secondi. Poi l'adulto parl. Su, vieni avanti ragazzo.
Guzman accett l'invito e si ritrov in un appartamentino di due stanze. Imperversava il
disordine. C'era una stufa a carbone su cui sobbolliva un pentolino di stagno in cui era immerso un
uovo. In un angolo, accanto al letto disfatto, c'erano i servizi igienici, consistenti in un pitale e in una
brocca di latta smaltata. C'erano portacenere colmi di mozziconi e vestiti sparsi ovunque.
L'uomo lo super e and a liberare un paio di sedie dai libri che vi erano appoggiati.
Accomodati.
Guzman, sempre in silenzio e tenendo ancora il pacco di carta velina fra le braccia, si sedette di
fronte a suo padre.
Sei grande. Quanti anni hai?
Dodici, rispose, senza lasciar trasparire alcuna empatia.
Bene, sentenzi l'uomo, non sapendo come proseguire. Poi appoggi entrambe le mani sulle
ginocchia e per un attimo rimase a contemplare il vuoto. Vedi, tua madre... A te potr anche essere
sembrato crudele ci che le ho fatto, invece io le ho salvato la vita.
Entrando e guardandosi intorno, Guzman aveva capito subito una cosa. Non c'era un'altra
donna nell'esistenza di suo padre. Non c'era mai stata.
Pensaci: tua madre non  mai invecchiata. Non gliel'ho permesso. Ha dovuto competere con
una femmina immaginaria che era sempre pi bella e pi giovane di lei. Per tenersi al passo,  stata
costretta a migliorare se stessa ogni giorno, a non lasciarsi andare come invece fanno quelli che hanno
raggiunto lo scopo.
Quale scopo?
Possedere un'altra persona.
Guzman, per, non riusciva ancora a cogliere il significato del discorso.
Vedi figliolo, ho amato tua madre sin dal primo istante, l'ho voluta pi di ogni altra cosa al
mondo. Poi lei ha capitolato e ci siamo sposati, promettendoci amore eterno. Rise. Ma ci pensi, che
follia? Come se l'amore si potesse promettere, il tutto con l'aggravante dell'infinito. Torn serio e lo
fiss. Io la possedevo e lei possedeva me. Ma questo non vuol dire che ci appartenessimo. Anzi, era
l'opposto. Con le nozze ci eravamo solo accordati sulla reciproca propriet. Per questo sono scappato.
Le ho fornito un motivo per volermi ancora. E a me per volerla. Preso dalla foga, continu:
All'inizio della nostra storia, ero io che davo la caccia a lei. Poi  arrivato il matrimonio e ci siamo
fermati. E quella sosta non aveva ragione. Ma poi ho rimesso le cose com'erano, e adesso  lei che d
la caccia a me. Fece una pausa.  faticoso sfuggire all'amore. Almeno quanto lo  inseguirlo.
In effetti, la prima impressione che Guzman aveva avuto guardando suo padre era che fosse
stanco.
L'esistenza miserevole a cui si era ridotto adesso aveva una spiegazione. Quell'uomo aveva
scelto d'impoverirsi pur di salvare ci in cui credeva. Gli abiti alla moda, i belletti e i costosi profumi
con cui viziava la sua finta amante erano l'unico modo per alimentare l'illusione. Perch l'apparenza
era la sola cosa che gli restava.
L'uomo mise una mano sulla spalla di Guzman. Il desiderio  il solo motivo per cui andiamo
avanti in mezzo a tanto orrore. Tutti abbiamo bisogno di una passione, o di un'ossessione. Cerca la tua.
Desiderala fortemente, e fa' della tua vita la ragione stessa per cui vivi.
Quell'inaspettata lezione spiazz Guzman. Era come se suo padre l'avesse preparata da tempo.
Come se lo stesse aspettando. E quest'idea leniva parecchio la ferita dell'abbandono.
Come faccio a sapere se la mia ossessione o la mia passione  quella giusta? chiese allora al
genitore il giovane Guzman.
Perch se la racconti a qualcuno e questi la trova interessante, allora saprai che non hai vissuto
invano. Ricorda, figliolo: sono le storie a dare sapore alle cose.
L'uomo a quel punto si alz e, voltandogli le spalle, and a trafficare nel cassetto di una
specchiera. Quando torn a girarsi verso di lui, impugnava una spilla da balia su cui era infilzato un
mozzicone di sigaretta, troppo corto per tenerlo fra due dita e, contemporaneamente, aspirare. Hai mai
fumato? gli chiese.
Guzman scosse il capo.
Il padre and a sedersi accanto a lui e, con un acciarino, si apprest a dare fuoco alla punta gi
annerita del mozzicone. Ma prima di farlo, spieg: Marsiglia  stata fondata da marinai greci, lo
sapevi? Ebbene, l'ultima discendente di quell'antica stirpe abita al porto vecchio ed  una puttana con
una gamba sola, il suo nome  Afroditi... Sollev gli occhi al cielo. Vedessi quant' bella, e quanto
gli uomini la vogliono. Dovrebbero fuggire inorriditi per la sua menomazione, ma proprio grazie a essa
Afroditi ha dovuto imparare a diventare la migliore amante che abbiano mai avuto. Sorrise, poi attiv
la fiamma e arrovent la punta di carta. Questo mozzicone viene da un posacenere di casa sua.
Coraggio, dimmi di che sa...
Il giovane Guzman prese la spilla da balia e, reggendola con due dita, si port la sigaretta alle
labbra. Aspir. Toss forte, poich non era abituato.
Ancora una volta, lo esort il padre.
E lui ripet il gesto, stavolta socchiudendo gli occhi. Improvvisamente, gli tornarono alla
memoria tutti gli effluvi di biancheria femminile che aveva annusato nella lavanderia di Madame Li.
Gli odori adesso avevano anche un sapore, perch quel tabacco sapeva di donna, di lussuria e di
bordello.
Sa... di lei.
Guzman aveva sgranato gli occhi come davanti a una rivelazione. Il padre non riusc a trattenere
una risata. Lui ci stava quasi rimanendo male.
Non ti sto prendendo in giro, lo rassicur. Era il solo modo che avevo per spiegarti. Quel
mozzicone viene dal molo. L'aveva gettato via un marinaio appena sbarcato da un peschereccio. Ma 
bastato che ti raccontassi la storia di Afroditi perch assumesse il sapore speciale che il tuo cuore aveva
scelto di attribuirgli.  il cuore che comanda i sensi, figlio mio. Il padre lo accarezz. Adesso che
conosci la verit, assaggiala di nuovo e dimmi di che sa.
Guzman lo fece.
Sa di pesce.
Jacob Roumann si ritrov a osservare la sigaretta che stringeva fra le dita. Aveva dimenticato
che fosse fatta di tabacco misto a segatura.
Dall'ombra, al prigioniero scapp una risata. Bene, dottore: vedo che cominciate a
comprendere. Poi il suo tono si fece allettante. Scommetto che adesso volete sapere il seguito...
12
Erano da poco passate le dieci di sera quando Jacob Roumann scopr che il caff era terminato.
L'aveva bevuto tutto lui, mentre il prigioniero si era limitato a fumare. Cont cinque sigarette a testa.
Inutile dire che la prima volta che Guzman fum fu anche l'ultima in cui vide suo padre.
Significa che i suoi genitori non si ritrovarono mai? chiese il dottore, sull'orlo della
delusione.
Non lo so. Questa  l'ultima informazione che Guzman forniva quando raccontava la storia.
Come per ogni altra, aveva l'abilit di farla terminare nel momento stesso in cui si esauriva la brace di
ci che stava fumando.
Jacob Roumann rimase interdetto. Per un attimo la razionalit prese il sopravvento, e la
sensazione non gli piacque. La pazzesca ossessione di sua madre, la pioggia di sapone a Marsiglia,
Madame Li, un padre fuggitivo: non vi sembra tutto un po' troppo azzardato?
 proprio questo il bello. Quando raccontava le sue storie, Guzman si muoveva su un confine
esilissimo. Non sapevi mai dove terminava la verit e cominciava la leggenda. Potevi metterti a
setacciare, frase per frase, parola per parola, per ricavare un resoconto attendibile ma, in fin dei conti,
poco stimolante. Oppure accettare tutto in blocco, cos come veniva. Potevi accontentarti di essere uno
scettico spettatore, che per mero orgoglio non ammette di essere rimasto affascinato. Oppure
abbandonarti alla storia col cuore di un bambino, entrando cos a farne parte.
La prospettiva consol Jacob Roumann dalla propria razionalit. Lui apparteneva sicuramente
alla seconda categoria.
Ricordo il mio amico Guzman intento ad assaggiare le cicche trovate sul molo, infilzate su una
spilla da balia, povere e forti, dal sapore di altre bocche, brevi e intense. Diceva che gli ricordavano suo
padre.
Jacob Roumann voleva saperne di pi. Improvvisamente era montata in lui una curiosit
inspiegabile. In fondo, non poteva ancora rispondere a nessuna delle tre domande con cui era iniziato
quel racconto  Chi  Guzman? Chi sono io? E chi era l'uomo che fumava sul Titanic?
Specie l'ultima lo appassionava. Controll l'astuccio col tabacco  presto sarebbero rimasti
senza. In quella situazione, la possibilit di fumare sembrava una condizione essenziale al prosieguo
della storia. Aveva l'impressione che fosse proprio il tabacco a fornire, oltre alla giusta atmosfera,
soprattutto energia al meccanismo della narrazione.
Decise di congedarsi per procurarne dell'altro, ma fu preceduto dall'ingresso del sergente che
pronunci la sua frase di rito: Dottore, c' bisogno di voi. Stavolta, per, il tono era greve.
Nella sua esperienza di medico, Jacob Roumann aveva imparato a riconoscere quell'inflessione
nella voce, cos come sapeva individuare un'aritmia cardiaca dalla cadenza di un respiro. Perci si alz
e segu il sergente senza fare domande.
13
Si trattava di un sottufficiale. Non era una sorpresa, Jacob Roumann se l'aspettava da un giorno
all'altro ormai. Non il campo di battaglia stavolta, bens la polmonite.
Era riuscito a mantenerlo in vita con impacchi caldi sulla schiena e sul torace, e suffumigi di
olio di canfora. Ma sapeva che erano solo palliativi. Ultimamente il paziente era peggiorato, respirare si
era fatto sempre pi faticoso.
Il dottore gli pos una mano sulla fronte, con delicatezza, come se bastasse una semplice
pressione a farlo andare in frantumi. Scottava. La febbre lo stava consumando in fretta, come fuoco
sotto la paglia.
Sta morendo, sentenzi il sergente, che era fra coloro che non si accontentano della semplice
impressione, ma hanno bisogno di dare alla realt consistenza di parole.
Jacob Roumann non rispose. Invece, si domand, in cuor suo, se quel ragazzo fosse pronto ad
andarsene. Se, come gli aveva detto il prigioniero riferendo le parole che Guzman aveva sentito dal
padre, aveva fatto della sua vita la ragione stessa per cui vivere.
Il sottufficiale era ricoverato in una zona appartata della trincea. La motivazione
dell'isolamento, comunemente accettata dai commilitoni, era che a ridosso del terrapieno avrebbe
trovato maggiore riparo dal vento che sferzava la montagna. Ma Jacob Roumann, come tutti d'altronde,
sapeva che si trattava solo di una scusa. In realt, nessuno tollera la vista di un moribondo se la fine
avviene per mano di un nemico a cui non si pu semplicemente sparare  un morbo o una malattia. 
uno scontro impari.
Il respiro affannoso dell'infermo nascondeva il rantolo che avrebbe scandito i suoi ultimi minuti
sulla terra.
In quel momento, sopraggiunse il maggiore. Scortato dal suo attendente, con il solito piglio
marziale, incurante del soldato che stava morendo, si rivolse al medico di guerra. Avete trascorso pi
di due ore nella grotta insieme al prigioniero, quindi sono stato bravo a immaginare che con voi si
sarebbe deciso a parlare, disse con esagerata vanagloria.
In effetti, abbiamo aperto un dialogo, ma non so dove ci porter, ammise Jacob Roumann,
senza contrariarlo.
Non perdetevi in chiacchiere inutili, dottore, lo redargu. Non c' tempo per le frivolezze.
C', invece. Fino all'alba, o sbaglio? Il termine non era quello? E voi non mi avete dato altre
scadenze. S'impunt, come non aveva mai fatto prima. Anche perch adesso che aveva aperto uno
spiraglio nell'ostinazione del prigioniero, sentiva di potersi permettere un nuovo atteggiamento nei
confronti del superiore. Almeno fino all'indomani. Perch, in verit, Jacob Roumann non era sicuro che
sarebbe riuscito nell'intento di far confessare nome e grado all'italiano. Aveva la sua parola, certo. Ma
era costretto anche a chiedersi perch il prigioniero avesse scelto proprio lui per raccontare la sua
storia.
Allora fatelo parlare, ribad il maggiore. Ne siete direttamente responsabile, minacci. Se
dovessi scoprire che state socializzando col nemico, io...
Il moribondo lo interruppe dicendo qualcosa. Tutti lo fissarono ma nessuno aveva capito. Il
maggiore stava per riprendere il discorso.
Aspettate, gli intim Jacob Roumann. L'altro parve indispettirsi per quell'ordine, ma il
medico non se ne cur e si chin sul paziente, appoggiando l'orecchio quasi alle sue labbra.
Una coperta di lana, ripet con un filo di voce.
Il dottore fece cenno al sergente, che provvide ad aggiungerne un'altra alla pesante pila che gi
lo ricopriva. Il sottufficiale non fece neanche segno di rendersene conto. I suoi occhi azzurri erano pieni
di compassione per il mondo che lasciava. La vita stava perdendo un altro testimone, e sembrava che
ci addolorasse il moribondo pi che la sua stessa morte. Cont il proprio ultimo secondo, poi spir.
Jacob Roumann gli chiuse gli occhi con la solita carezza, gentilmente. Poi si rivolse al
superiore. Possedete una tabacchiera?
Il maggiore sembrava scandalizzato dalla domanda. Certamente, ma a voi che importa?
Il dottore allung il palmo. Dovete consegnarmela, fa tutto parte della strategia.
Che strategia?
Caro maggiore, domattina avrete ben altro che un nome e un grado. Nel momento in cui
pronunci la menzogna, Jacob Roumann cap che, in fondo, non gli importava delle conseguenze.
Il maggiore lo squadr in tralice, poi trasse dalla tasca interna della giubba una tabacchiera
d'avorio e la consegn al dottore. Verrete a riferirmi gli sviluppi fra un'ora.
Jacob Roumann prov ad accennare una protesta.
Il maggiore lo gel.  un ordine. Gli volt le spalle e se ne and, seguito a ruota
dall'attendente e dal sergente.
Rimasto solo col giovane cadavere, il dottore si infil in tasca la tabacchiera e prese la sua
agenda del 1916 dalla copertina nera. Aprendola, scivol per terra qualcosa che era conservato fra le
pagine. Un fiore di carta. Jacob Roumann lo raccolse e, noncurante, lo rimise nel libretto. Rilesse
l'ultimo appunto della lista del giorno 14 aprile.
Ore 20.07. Soldato semplice: Appare.
Quindi consult l'orologio da taschino e aggiunse un'altra voce, subito sotto.
Ore 22.27. Sottufficiale: Una coperta di lana.
Jacob Roumann soppes le parole. Poi annu, soddisfatto. Aveva un senso.
14
Torn dal prigioniero con una strana eccitazione che gli montava dentro. La guerra ha un
vantaggio, pens. Ci fa apprezzare le piccole cose. Com'era accaduto una ventina di giorni prima,
quando un'aquila si era levata sopra le trincee, accarezzando con la sua ombra i volti dei soldati che
avevano alzato lo sguardo al cielo. Per un momento il tempo si era fermato e tutti avevano ammirato
nel pi assoluto silenzio le evoluzioni del magnifico animale  incurante dei miseri uomini sotto di s e
della loro inutile guerra. Per pochi minuti, i cuori si erano riempiti di un'emozione diversa. Non c'era
invidia per quel volo libero, n rimpianto. Solo gioia.
Cos, per Jacob Roumann la storia del prigioniero era una specie di passaggio segreto verso una
realt differente. Un modo per evadere da quella trincea, dalla guerra.
Giunto nella caverna, lo trov dove l'aveva lasciato, seduto per terra. Ma nel frattempo
l'italiano si era assopito. Jacob Roumann decise di non svegliarlo, anche se moriva dalla voglia di
ascoltare il seguito di quell'avventura. Si mise al tavolo e apr la tabacchiera d'avorio del maggiore.
Dal trinciato morbido e marrone esal subito un profumo oleoso, denso. Inizi a confezionare nuove
sigarette con l'intenzione di farne scorta per la lunga nottata.
La carta non deve contenere paglia, esord inaspettatamente il prigioniero. Semmai, fibre di
cotone. Meglio se  carta di riso. E il tabacco non va manipolato, va massaggiato coi polpastrelli. Ma
per mezzo minuto, disse. E puntualizz: Mezzo minuto esatto.
Spiegatemi, vi prego, lo esort Jacob Roumann.
Il fiammifero dovrebbe essere di palissandro, non a caso lo chiamano 'legno di rosa' per il suo
profumo. La testa non deve contenere zolfo, che ha un cattivo odore, ma fosforo bianco, cos che si
spenga in una nuvola di dolcezza.
Jacob Roumann ascoltava, incantato, i piccoli dettami di un pigro piacere.
La prima tirata non bisogna aspirarla, serve per insaporire la bocca. E bisogna espirarla dal
naso, per preparare tutte le vie aeree ad accogliere il fumo.
 stato Guzman a insegnarvelo?
Quella che per gli altri era solo una distrazione, un vizio, lui l'aveva resa un'arte. Il suo fumare
era una liturgia, con le sue regole, i suoi significati. Sceglieva con cura ci che avrebbe fumato. Poi lo
preparava in un rituale di piccoli e pazienti gesti, apparecchiando l'occorrente. Il prigioniero tese la
mano, per chiedere un'altra sigaretta.
Jacob Roumann lo accontent. Parlatemi ancora di lui.
Come vi ho gi detto, Guzman ha trascorso l'infanzia assecondando i folli spostamenti di sua
madre. Ancora non lo sapeva, ma quel peregrinare gli era entrato nel sangue. Non riusciva a stare
fermo in un posto, non sapeva cosa volesse dire mettere radici. Di conseguenza, anche la sua passione 
o ossessione  veniva condizionata. Il prigioniero accese la sigaretta e aspir, soffiando una nuvola
grigia. Guzman aveva fumato il Mysore in India, la Latakia in Siria e, in Messico, le foglie
dell'Albero del veleno. In Marocco dal narghil di un giovane sultano e il calumet tra i pellerossa,
evocando anime, liberando spiriti... Ma conservava un sigaro di vaniglia. Un sigaro d'argento. Quel
sigaro aveva pi d'un secolo.
15
Nel Settecento, il sigaro pi prezioso di Guzman era appartenuto a un capitano portoghese, un
mercante di spezie, tale Rabes, che lo aveva fatto preparare apposta per s da uno schiavo d'Africa
conoscitore di erbe e di profumi.
Rabes lo teneva nascosto in una scatola sotto al timone, e diceva che quel sigaro sarebbe stata la
sua unica consolazione se la sua nave fosse affondata, perch lui, da buon capitano, si sarebbe
inabissato con essa. E, stringendolo tra le mascelle, avrebbe avuto sulla faccia un sorriso beffardo con
cui andare incontro alla morte.
Tuttavia, Rabes e il suo equipaggio furono responsabili dell'affondamento di cinque vascelli,
due caravelle e tre velieri. E mai nessuno ci rimise la vita. Tantomeno Rabes, che era sempre stato il
primo a buttarsi in acqua abbracciato a un barile di spezie che potesse tenerlo a galla. Ovviamente,
insieme alla scatola col sigaro.
Ma una volta non fece in tempo. Accadde in Indocina, in mezzo a una terribile tempesta, con
onde alte fino a sette metri.
E non riusc neanche a concedersi quell'ultima fumata, il povero Rabes. E quel sigaro  ironia
della sua sorte  scamp da solo al naufragio e, ben protetto nel proprio scrigno, navig asciutto e caldo
per cento anni, fino ad approdare tra le dita di Guzman che lo compr da un rigattiere a Vienna.
Qualcuno racconta che il rude Rabes, poco prima di morire, avendo intuito che quel naufragio,
diversamente dai precedenti, era quello definitivo, in un anelito poetico verso la propria morte, avesse
vergato sul diario di bordo queste ultime parole: Stiamo affondando e andiamo, la morte ci chiama!
Ma qualcun altro  molto pi realisticamente  afferma invece che la frase vera fosse: Stiamo
affondando di nuovo, sfortuna puttana!
Guzman raccontava la storia della tempesta che inghiott Rabes e il suo equipaggio, e le sue
parole prendevano la forma delle onde. E, a guardarlo bene mentre narrava, sembrava di vedere quel
vascello scorrere veloce davanti e dentro i suoi occhi, e tagliare un mare di velluto con la prua che
sembra una lama.
La tempesta! Non pu essere stata una tempesta! diceva.
E forse aveva ragione perch, quando la nave di Rabes da Akyab intraprese il golfo del
Bengala, era appena iniziata la seconda luna dell'estate, nell'anno del Signore 1748. E tutti i marinai
sanno che, d'estate, con la luna bassa, non ci sono tempeste nel golfo del Bengala...
Guzman, a questo punto, lasciava che quell'informazione aleggiasse fra i presenti per qualche
istante. Poi riprendeva il racconto.
Dovete sapere che nelle locande, nei porti in Indocina, gli indigeni raccontavano una storia. Una
leggenda su una serie di inspiegabili naufragi.
Tempeste senza vento.
Secondo alcuni, di notte, con calma piatta, il mare cominciava a muoversi senza motivo. Senza
ragione. Senza vento. E, a poco a poco, diventava impetuoso.
Sempre secondo tali voci, la ragione dello strano fenomeno era che le anime inquiete e
maledette dei marinai morti nelle battaglie dei pirati all'improvviso venivano fuori dal mare, sotto
forma di onde gigantesche che inghiottivano le navi di passaggio, senza scampo.
Naturalmente i marinai portoghesi sapevano bene che non esistono tempeste senza vento, e che
la leggenda era stata inventata dai naviganti del posto nel tentativo di scoraggiare la loro concorrenza
nel trasporto delle spezie.
Solo un uomo credeva a quella storia: Rabes. E fu irremovibile dalla sua decisione di non
salpare quando un armatore gli commission una spedizione.
Ora: non ci si deve fare una cattiva opinione di Rabes. Non era un codardo, era solo un po'
restio per via delle vicissitudini a cui l'aveva sottoposto la sua vita perigliosa. Per prima cosa era quasi
sordo e privo di un occhio. E gi questo lo rendeva poco incline ad attirare le attenzioni femminili. E
poi mangiava solo carne di pappagallo. E, si sa, a uno che per tutta la vita mangia solo carne di
pappagallo, prima o poi gli viene un'ulcera.
Comunque l'equipaggio, allettato dai guadagni promessi dall'armatore, riusc infine ad avere la
meglio sull'ostinato capitano: con una botta in testa, Rabes fu messo a dormire nella stiva.
Quando uno dei mozzi and a svegliarlo, il cielo incombeva, scuro. La notte e il mare erano
neri, e sembravano una cosa sola. Nessuno avrebbe saputo dire dove finiva l'una e cominciava l'altro.
E c'erano onde enormi, tonanti, spaventose. E niente vento.
Non c'era aria che riempisse le vele, che soffiasse tra le assi dello scafo, che musicasse sibilante
tra le corde tese.
Allora Rabes sal sul ponte e l trov tutto l'equipaggio ad aspettarlo. Il capitano guard i suoi
uomini uno a uno, dritto negli occhi. E anche i suoi uomini lo guardarono uno a uno, nell'unico occhio.
Rabes ci mise un po' a comprendere che non stavano fissando lui, e cos si volt. Alle sue spalle,
dall'oscurit, apparve la pi grande nave di cannoni che il mare, e l'oceano stesso, avessero mai visto.
Pirati.
Le palle sparate dagli enormi cannoni nichelati facevano ribollire l'acqua e rivoltavano il mare
in gigantesche onde rimbombanti, in una tempesta senza vento.
Jacob Roumann si reggeva la pancia e la mascella gli doleva: non rideva cos di gusto da tanto
tempo. E il prigioniero insieme a lui. Le risate dell'uno alimentavano quelle dell'altro, e non riuscivano
a fermarsi.
Quando uno dei soldati di guardia, attirato dai loro versi, fece capolino nella grotta, il dottore e
l'italiano, invece d'intimorirsi, lo trovarono buffo, e ci aument la loro ilarit.
Ci misero un po' a smettere. Fra lacrime e singulti, finalmente riuscirono ad acquietarsi.
Quando la risata esaurisce la propria energia, lascia sempre qualcosa dietro di s, pens il
medico di guerra. Come il temporale che passa e rimane un fresco ricordo di umidit.
Ci che rimane di una risata  gratitudine.
E Jacob Roumann, in quell'esatto momento della sua vita, era grato. Alla vita, per il semplice
fatto che era vivo. A sua moglie, che l'aveva abbandonato ma che si era anche lasciata amare da lui per
molti anni. Alla guerra, che aveva permesso l'incontro con quell'italiano.
Vi prego, continuate.
16
Questa  la leggenda del sigaro di Rabes, ormai il sigaro di Guzman. Era fragile, perci era
avvolto in carta d'argento. Era prezioso, ma lo era ancor di pi per il fatto che quel rotolo di tabacco
aveva viaggiato per anni tra odori di zenzero e di zafferano e pepe, ma soprattutto vaniglia, fino a
esserne impregnato. Era speciale, e Guzman decise che anche per lui quello sarebbe stato l'ultimo, un
giorno. Per questo lo conservava.
Raccontava questa storia, lo mostrava con orgoglio per qualche istante, poi lo riponeva come
una reliquia nella tasca interna della giacca. E infine diceva: Quando l'accender, nel giorno della mia
morte, nella prima nuvola di fumo riconoscer la faccia rubiconda di Rabes. Cos ce ne andremo
insieme, come due vecchi amici. E lo siamo davvero perch, ne sono sicuro, l'anima di Rabes  qua
dentro, prigioniera di questo vecchio sigaro.
Il suo palcoscenico erano le lobby dei grandi alberghi, gli ambulacri dei teatri d'opera, i caf
chantant e i club privati.
Guzman aveva un metodo per adescare i suoi spettatori. Gli bastava sedersi davanti a uno
sconosciuto, accendere un sigaro e, quasi di punto in bianco, attaccare a raccontare. All'inizio i
prescelti erano spaesati, ma subito venivano accalappiati dalle prime battute della storia e
dimenticavano l'imbarazzo. Erano in trappola. Di l a poco, una piccola folla di curiosi si radunava
spontaneamente intorno a loro.
In principio si domandavano chi fosse quell'insolito omino che raccontava fumando, ma dopo
un po' avevano la sensazione di conoscerlo da sempre, come un vecchio amico.
E lui li aveva in pugno.
Con un sigaro fra le dita, Guzman creava per loro un gioco d'inganni. Si lasciava attraversare da
quella bruma saporosa e stuzzicava il loro desiderio. L'aria scura dentro la sua bocca scivolava morbida
e frusciante come velluto, si fermava un piccolissimo attimo, in attesa, e poi tornava fuori con le
sembianze di un fantasma. E svaniva.
Dimenticava la propria morte, Guzman. E intanto era felice e non sapeva il perch. Spiegava:
Lo so, fa male, e un giorno ne morir. Ma  la mia anima che mi costringe a farlo, e rinnega il corpo, e
lo persuade a una lenta distruzione, perch  sicura di sopravvivergli. E chiede di essere dissetata
ancora con quell'acqua dell'ozio che scorre invisibile e che la sa drogare. E lo fa solo per se stessa, per
il proprio piacere.
La sua passione  ossessione  non si limitava al fumare e al raccontare storie. Era pi
complessa, articolata. C'era una terza componente, fondamentale quanto le prime due.
Le montagne.
Le montagne per Guzman avevano un preciso significato. Erano state messe l dove si
trovavano per ricordare agli uomini qualcosa: forse il senso della loro vita, la loro fragilit, o forse
qualcos'altro. Per ognuno una cosa diversa.
Quando Guzman incontrava una montagna si fermava, si sedeva e la guardava. E la ascoltava
cercando di capire cosa la montagna volesse dirgli. E poi lui, per salutarla, fumava.
Era stato sulle Alpi innevate, sui Carpazi, sui Pirenei. In piedi sulle vette del Tibet, a tremila
metri, con l'aria rarefatta e un vento di fuoco che brucia la faccia e non consuma il tabacco. Perfino in
Egitto, seduto davanti alle tre piramidi di Giza, montagne di deserto.
A Kilauea, in Polinesia, ancora raccontano di un uomo che fumava vicino al vulcano. E che il
vulcano fumava con lui.
Cos se ne stava Guzman, fermo a interrogare la sua anima: sapeva di averla da qualche parte
dentro s ma, come tutti, non sapeva dove fosse.
Il tabacco lo sa, diceva. La conosce, la seduce. Fumare, seguendo quel fumo fino a dove ci
fa pi piacere che arrivi, ottenebrandoci un poco nel percorso nel nostro corpo, gi nelle calde viscere,
ascoltandone il rumore come il brontolio di una tempesta che si avvicina, nera, elettrica, e poi su,
vorticando nel cervello, e poi chiss dove, dove non possiamo seguirlo ma dove lui sa arrivare, fino a
toccarla, finalmente. L'anima.
Guzman, sulle montagne, rigurgitava nuvole bianche e immaginava in ognuna di esse la forma
della propria anima.
In effetti,  un buon modo di trascorrere l'esistenza, not Jacob Roumann. Ma non vedo
come ci si possa garantire il sostentamento con una simile predisposizione.
Sembra un'occupazione da poco, me ne rendo conto, ribatt il prigioniero. Ma, che ci
crediate o meno,  grazie a ci che sapeva fare meglio che Guzman  diventato ricco.
17
Guzman  un eroe dell'ozio.
La sua non era accidia o indolenza. Certi uomini vengono al mondo per compiere imprese, e
altri sono qui per ricordare al mondo quanto sia piacevole, in fondo, vivere. Abbiamo bisogno della
seconda categoria quanto della prima.
Per questo, dopo l'esperienza di garzone per la lavanderia di Madame Li, Guzman non ha pi
lavorato.
Ma chi non gode di rendite pi o meno illimitate e non  predisposto per l'accattonaggio, prima
o poi deve trovare un mestiere o un modo per mantenersi. Siccome Guzman non rientrava nel rango dei
possidenti ed era generalmente troppo felice per indurre qualcuno a fargli l'elemosina, sembrava non
rimanergli scelta.
Non scansava la fatica, era solo scettico sul fatto che ci fosse un lavoro adatto a lui.
Ogni uomo ha almeno un talento  cos dice la Bibbia , e Guzman sapeva bene che il proprio
comprendeva il fumare e, unitamente, raccontare storie.
Ma spesso non  sufficiente possedere un talento.  necessaria anche una vocazione  l dove
s'intende la speciale predisposizione a mettere a frutto la propria dote.
Seguendo tale logica, il talento di narratore di Guzman l'avrebbe certamente favorito in una
carriera di romanziere. Ma la parte del fumare era essenziale. E pur potendo indicare cosa aspirare e i
punti della narrazione in cui farlo, non avrebbe certo potuto imporre il vizio al lettore.
E poi Guzman non avrebbe accettato che le sue storie finissero prigioniere dell'incantesimo di
una pagina scritta. Erano vive, e ogni volta si arricchivano di nuovi particolari che spesso prendevano il
posto di quelli ormai desueti, in un continuo ricambio. Come accade alle piante, che si liberano dei
rami, delle foglie e dei frutti, e mutano incessantemente senza perdere la propria identit. Fissare le
storie nell'inchiostro significava privarle del proprio spirito. In altre parole, farle appassire.
Come un artigiano, Guzman cesellava frasi, sceglieva sinonimi, modificava ritmo e musicalit.
Spesso era il pubblico a suggerirgli le variazioni necessarie, perch si accorgeva dalle reazioni delle
loro facce se un passaggio era privo di mordente oppure se un colpo di scena era davvero efficace.
Io sono l'ultimo aedo, diceva di se stesso, puntando un dito al cielo, ubriaco di fumo e di
risate. Come un moderno Omero, sono un apolide condannato a un continuo vagabondare per portare
agli uomini il conforto dell'immaginazione.
Guzman cominci a maturare tale convinzione molto presto, diciamo verso i vent'anni.
All'epoca versava ancora in una dignitosa indigenza  non tanto povero da morire di fame ma
abbastanza per disperare che la situazione sarebbe mutata in breve tempo. Doveva ingegnarsi per
procurarsi un pasto caldo.
Tanto per cominciare, invest gli ultimi risparmi in un frac di seconda mano, malmesso ma
ancora rispettabile, che gli vendette un impresario di pompe funebri  ma Guzman non volle
conoscerne l'esatta provenienza.
Con quell'abito indosso, sceglieva un ristorante di lusso e si presentava all'ora di cena. Puntava
nella sala un cliente intento a mangiare da solo e, senza bisogno di presentazioni, andava ad
accomodarsi al suo tavolo. Prima che il prescelto potesse rendersi conto di quanto stava accadendo,
Guzman attaccava con una storia. Aveva calcolato che al cliente di solito occorrevano fra i cinque e i
dieci secondi per superare l'iniziale smarrimento e accennare una protesta, perci aveva solo quel breve
intervallo per catturare la sua attenzione. L'attacco delle storie era fondamentale  come il direttore
che, all'inizio del concerto, con un solo gesto deve conferire simultaneit all'orchestra, cos lui doveva
esordire con una frase che fulminasse.
La sentite la puzza di incenso e fiori marci che proviene dal mio frac? Non ci crederete, ma per
molto tempo  appartenuto a un cacciatore di fantasmi...
Il cliente che stava gi richiamando l'attenzione del matre, solitamente si bloccava con il
braccio a mezz'aria, come per l'effetto di una tossina paralizzante. Guzman lo aveva colpito al cuore,
inoculandogli nel sangue il veleno della curiosit.
L'unico antidoto, a quel punto, era ascoltare.
All'epoca, le storie di Guzman non erano cos curate. Spesso improvvisava, mescolando, come
al suo solito, verit e leggenda. Aveva bisogno di vicende forti  storie di spettri, ammazzamenti e con
risvolti pruriginosi , che gli garantissero rapidi risultati. Il commensale, pur di conoscere il seguito,
faceva aggiungere un secondo coperto. In fondo, aveva considerato Guzman quando gli era venuto in
mente quell'espediente, a nessuno piace mangiare da solo. Cos tutti finivano per gradire la compagnia
dei suoi racconti e lui riusciva a rimediare un pasto e, a volte, una piccola mancia.
Un giorno, nel futuro, mi diceva Guzman, tutte le famiglie all'ora di cena avranno qualcuno
che si sieder a tavola con loro e gli racconter delle storie. Sar una cosa normalissima, vedrai. Come
avere il teatro in casa.
Siccome parlava molte lingue  retaggio del lungo girovagare assieme alla madre , Guzman
non aveva difficolt a farsi capire ovunque andasse. Poteva viaggiare gratis, perch nelle carrozze dei
treni o sulle navi trovava sempre un ricco annoiato o una comitiva di amici disposti a pagargli il prezzo
del biglietto purch li intrattenesse. E siccome il suo bagaglio di storie era pressoch inesauribile,
riusciva ad andare avanti anche per ore.
Una volta a Londra decise di tentare il vecchio trucco del ristorante. Nella sala era seduta
un'anziana signora che mangiava da sola. Nonostante non fosse pi una ragazzina, non aveva
rinunciato ad apparire: indossava gioielli e un elegante abito da sera. Guzman immagin che avrebbe di
certo gradito un giovane ospite al proprio tavolo che sapesse apprezzare lo sforzo di sembrare ancora
piacente. Si accomod.
La sentite la puzza di fiori marci e incenso che proviene dal mio frac?
Lo riconosco, apparteneva a un bastardo cacciatore di fantasmi. Gli punt in faccia i suoi
occhi azzurrissimi e glaciali e, seria, aggiunse:  da quando sono morta che lo aspetto qui tutte le
sere.
Sul volto di Guzman dovette apparire un'espressione davvero spiazzata, perch la vecchia
esplose subito in una risata fragorosa, incurante di cosa potessero pensare gli altri clienti del locale.
Come facevate a sapere...
Perch dopo che mi hanno parlato di te, ho pensato che l'unico modo per incontrarci fosse
presentarmi a cena tutta sola. Vado avanti cos da una settimana. Ce ne hai messo di tempo, Guzman,
lo rimprover.
Mi dispiace, si giustific lui, pur non capendo esattamente di cosa dovesse scusarsi.
Dimmi, ragazzo: la sapresti raccontare una vera storia? E non intendo vera in quanto veritiera
 sono troppo vecchia per una cosa tanto crudele come la verit , ma in quanto ti entra nella pancia
prima di risalire fino al cuore. Una di quelle storie che fanno tremare i polsi e poi commuovere, ma che
sono pure divertenti ed emozionanti come poche al mondo.
Quale storia? domand Guzman, per la prima volta incuriosito.
Ovvio, la mia.
18
Si chiamava Eva Mlnar, aveva novantun anni, era ungherese. Aveva una passione 
un'ossessione  per l'alpinismo.
Nel corso della sua lunga vita, aveva compiuto imprese incredibili. Aveva scalato le cime pi
impervie del mondo, accettato la sfida di pareti ripidissime e mortali. Si era misurata col dolore della
fatica, e aveva resistito al richiamo del vuoto che la invitava a mollare la presa. Il tutto per osservare un
paesaggio concesso soltanto allo sguardo di pochi eletti.
Perch costa sacrificio la superbia di guardare il mondo dall'alto in basso.
Tuttavia, le gesta di Eva Mlnar, se pur memorabili, non avrebbero trovato posto nei libri di
storia, n nei racconti delle guide o degli sherpa, tantomeno nei resoconti dei colleghi alpinisti.
Perch sono una femmina, che domande fai? rispose a Guzman che gliene aveva chiesto il
motivo.
Una donna non poteva cimentarsi in attivit che erano una prerogativa maschile. Altrimenti
avrebbe fatto ombra.
Se un uomo fa una cosa e una donna la ripete subito dopo, quella cosa perde di valore. Non lo
sapevi?
Non  vero.
Allora dammi un sigaro e ti faccio vedere come ti passa la voglia di fumare.
Almeno avete mai fumato?
Mi  rimasto un solo polmone, l'altro  collassato a tremila metri, mentre cercavo di scalare il
Puncak Jaya.
Un motivo in pi per non fumare sigari.
Da giovane fumavo sigarette alla salvia che preparava appositamente per me un amico
orientale. Una volta abbiamo insegnato a una foca a fumare con noi.
Non ci sono foche in Oriente.
Perch, secondo te, quella era veramente salvia?
Guzman intu al volo che con lei sarebbe stata una continua lotta e che, dato il caratterino,
sarebbe stato difficile averla vinta.
Il patto che Eva Mlnar propose a Guzman era molto semplice. Mi seguirai nei miei viaggi e
ascolterai la storia della mia vita, e ti impegnerai a raccontarla quando sar morta. In cambio  visto
che non ho messo al mondo marmocchi e non ho avuto la sventura di sposarmi  ti nominer erede
universale.
Potrei anche non trovare interessante la storia della vostra vita, signora Mlnar. Oppure adesso
potrei dirvi di s e, quando sarete morta, decidere di dimenticare tutto quanto.
Potresti. Ma non lo farai.
Come fate a esserne cos sicura?
Perch ho attraversato indenne quasi un secolo, ho visto cose, collezionato imprese e amato
donne che tu non immagini nemmeno, ragazzo.
Mistero, avventura e amore lesbico. S, si pu fare, le disse Guzman.
19
Cos inizi il singolare sodalizio fra Guzman ed Eva Mlnar. La seguiva nei suoi continui
viaggi e, nel frattempo, annotava mentalmente i dettagli della storia che gli raccontava.
Insieme visitarono tutte le montagne che la donna aveva scalato nei cinque continenti. Ogni
volta per lui era come assistere a un incontro fra anziane signore che conoscono molte cose l'una
dell'altra e che, quando si ritrovano, parlano del pi e del meno. Ma sotto la frivolezza delle
chiacchiere si nasconde sempre un dialogo pi intimo, pi personale.
Se avesse avuto ancora il sostegno dell'et, Eva si sarebbe armata di corda e chiodi e avrebbe
aggredito la roccia. Guzman lo intuiva dalla luce nel suo sguardo: dietro la maschera della vecchiaia, si
nascondeva una ragazza. E quegli occhi senza tempo ne erano la prova.
Arrivati a questo punto, si  quello che si , e non si pu pi fingere, gli diceva Eva. Diventa
patetico anche provarci.
L'alpinismo era stato tutto per lei. Suo padre era alpinista, come suo nonno e il suo bisnonno.
Una di quelle banali tradizioni di famiglia che si tramandano di generazione in generazione. Poi
rifletteva: In realt, penso che non si siano neanche posti il problema che fossi una femmina, n se
fosse il caso di chiedermi se ero d'accordo a proseguire l'usanza dei Mlnar.
Insieme a Eva, Guzman vide luoghi e conobbe popoli e culture affascinanti. Si nutr con cibi e
bevande dai sapori pi incredibili. E soprattutto, fum tabacchi e piante misteriose che avevano il
potere di far dimenticare agli uomini la loro precaria condizione.
Non prendevano mai camere d'albergo, n avevano necessit di preoccuparsi per il cibo. Infatti,
in tutti i posti in cui sostavano, erano sempre ospiti di uno dei numerosi amici che Eva aveva
collezionato nei suoi novantun anni di avventure. Erano tutti estremamente generosi e cordiali, felici di
rivedere la vecchia compagna. Non le avrebbero permesso di rifiutare il loro invito. Anzi, ne facevano
una questione d'onore.
In principio, Guzman si sentiva fuori posto, soprattutto quando  dopo cena o attendendo l'alba
 gli altri si abbandonavano ai ricordi e convocavano fra loro lo spirito del passato. Ma pi andava
avanti la narrazione di Eva, pi Guzman prendeva confidenza col suo mondo. Conobbe la gente pi
svariata e molti di loro finirono col diventare stretti amici suoi. E fu, certamente, il lascito pi prezioso
di Eva Mlnar.
Quella donna aveva pi energie di quanto lui potesse immaginare, non si stancava mai. La sua
memoria aveva retto all'usura del tempo, come un blocco di granito. Ricordava tutto del passato. E,
come promesso, confid a Guzman ogni particolare, anche i pi imbarazzanti, senza fare mai la tara
della propria esistenza. Gli confess i numerosi amori  femmine bellissime, madri integerrime, spose
devote che mai avrebbero immaginato di concedersi a un'altra donna. Non c'era malizia nel rievocare
quanto accaduto con loro, semmai un infinito pudore.
Eva Mlnar per Guzman spalanc le porte di un paradiso sconosciuto. Non c'era trasgressione
in quelle carezze, nei baci. In me, loro vedevano se stesse. Ed era come toccarsi attraverso uno
specchio.
Guzman credeva che la rivelazione di tutta quell'intimit l'avrebbe distratto dallo scopo di
raccogliere la storia di Eva  cos come gli accadeva a dodici anni con la biancheria di Madame Li. I
maschi si fanno guidare dal becero istinto, pensava. Ma si sbagliava. Perch, nel frattempo, stava
apprendendo una delle lezioni che pi gli sarebbero servite negli anni a venire.
Stava imparando ad ascoltare.
Il che  fondamentale per chi ha l'ambizione di raccontare. Ed Eva Mlnar era una magnifica
narratrice. Fedele come uno storiografo, entusiasta come un poeta. L'unica volta in cui la vide incerta
fu il giorno in cui, per la prima volta, gli nomin Camille.
Invecchiavano insieme nei dagherrotipi che arrugginivano con l'incedere implacabile degli
anni. Erano sempre giovani, ma opache. Pantaloni maschili di vigogna, tenuti su da una sottile cinta di
cuoio e indossati come una sfida al mondo maschile. Scarponi e ramponi, che esaltavano la loro forza
gentile. Corde sulle spalle, giacche di lana grezza e capelli raccolti in una coda. L'una accanto all'altra,
sorridenti su un prato o vicino a una roccia, ad alta quota.
Solo lass il nostro tutto sarebbe stato possibile, disse con un'ombra di rimpianto Eva
Mlnar. La sua morte  la mia pi grave colpa. Sono stata io a volerla con me. Come condanna ho
ricevuto il resto della mia vita.
Chi avrebbe dovuto punirvi?
Dio, chi se no! rispose lei, riprendendo di colpo il solito cipiglio. Cos'altro ci si pu
aspettare da un maschio?
Non parlarono mai troppo a fondo di Camille. Anzi, da un giorno all'altro, Eva non pronunci
pi il suo nome. L'ultima volta che vi accenn, senza per nominarla, fu quando gli prese il viso fra le
mani in un inatteso gesto d'affetto. Gli disse: Scegli qualcuno, Guzman. E fatti scegliere.
Nei giorni che seguirono, scorse in lei un progressivo dimagrimento. Stava avvenendo troppo
velocemente per non doversene preoccupare. Per i medici fu subito un cattivo segno. Ma Guzman era
tranquillo, sapeva cosa stava accadendo: man mano che procedeva col racconto, Eva gli consegnava
parti di s e, di conseguenza, trasferiva a lui il peso specifico della propria vita.
La vostra amica sta morendo, gli dissero.
Non  vero. Alleggerisce l'anima.
20
Alla fine, trascorsero insieme cinque anni. Ma la morte di Eva Mlnar port altre sorprese.
La prima fu che l'anziana signora era quasi povera.
In cambio della propria opera, Guzman si ritrov erede universale soltanto di qualche gioiello e
di un mucchio di vestiti da donna. Ma non si sent neanche per un istante vittima di un raggiro. Il fatto 
che lei non lo sapeva.
Un tempo era stata una donna ricca. Ma in tutti quegli anni aveva vissuto grazie all'ospitalit
dei suoi amici. Le offrivano da dormire e da mangiare, oltre a tutto ci di cui poteva aver bisogno.
Proprio per questo non si era resa conto che la sua fortuna andava progressivamente esaurendosi, erosa
dalle spese superflue.
Guzman non si rammaric, aveva ricevuto ben altro da lei.
Le montagne.
Cos vendette i pochi averi dell'amica e con quei soldi part per visitare nuovamente i luoghi
della vita di Eva, portare la triste notizia a chi le aveva voluto bene e disperdere un po' delle sue ceneri
su ogni montagna che lei aveva amato e sfidato.
Avevate detto che Guzman era diventato ricco grazie a ci che sapeva fare meglio, protest
Jacob Roumann.
L'ho detto perch  cos, ribad il prigioniero. Fidatevi e lasciatemi finire.
21
Dopo la morte di Eva Mlnar, Guzman non pot fare a meno di constatare che si ritrovava al
punto di partenza. Senza mezzi di sostentamento non avrebbe potuto continuare a coltivare la propria
passione  l'ossessione  per il fumo, n tener fede al patto con Eva di tramandare la sua storia, insieme
alle altre.
Ci stava pensando proprio mentre disperdeva l'ultima manciata di ceneri dell'amica sul monte
Bianco, quando vide un uomo pericolosamente incerto sul ciglio di un burrone. Davanti a un precipizio
puoi permetterti ammirazione, vertigine, perfino qualche brivido, ma dubbio mai. Perch  noto che gli
strapiombi tendono ad assecondare il dubbio.
Avendo compreso le intenzioni del poveretto, Guzman cerc di avvicinarsi con cautela. Lo
affianc e vide che era pallido in volto. Il primo approccio fu alquanto scontato.
Non lo fate, disse.
Ma comprese all'istante che una semplice esortazione non sarebbe bastata. I baratri spesso sono
molto invitanti, specie per chi ha deciso di affrontarli a viso aperto. Guzman aveva bisogno di un'idea.
Per penetrare lo stato catatonico del disgraziato non sarebbe stato sufficiente trovare le parole giuste 
era necessario trovare un modo.
Chi siete? url Guzman all'eco. E cos facendo, diede consistenza al vuoto.
L'uomo non se l'aspettava e sobbalz sul fragile filo di speranza che lo teneva ancora legato
alla vita. Ma adesso almeno si rendeva conto del pericolo sotto i propri piedi.
Dardamel, disse a bassa voce, come se non volesse turbare ulteriormente il proprio equilibrio.
Non ho chiesto il vostro nome. Ho domandato chi siete, grid nuovamente Guzman.
Dardamel si volt leggermente e lo squadr, interrogativo. Sono un musicista inventore.
Stavolta fu Guzman a essere spiazzato. Che diavolo sarebbe? strill.
Se la smettete, ve lo spiego, disse l'uomo, alterato e spaventato. E attacc una breve
spiegazione: Invento strumenti musicali. Ergo, nuovi suoni.
Credevo che le note fossero solo sette, ribatt Guzman, cominciando ad abbassare il tono di
voce.
Perch, come tanti, credete che la musica sia fatta solo di note. E aggiunse che quel genere di
persone era la ragione che l'aveva spinto fin lass, a interrogarsi davanti a un abisso. Ho creato uno
strumento. Ma nessuno vuole riconoscerlo come tale. Mi ridono dietro.
Chi vi ride dietro?
Tutti. I colleghi musicisti e i colleghi inventori.
Due categorie, in effetti, erano troppe. E Guzman prov un'immediata empatia per le sue
motivazioni. Puoi togliere ogni cosa a un uomo  il rispetto, l'onore, la dignit. Ma se uccidi il suo
sogno,  finita. E in quel preciso istante, Guzman comprese che Dardamel avrebbe compiuto l'ultimo
passo verso il nulla. E lui non avrebbe potuto impedirlo, perch l'unica maniera era modificare le cose.
E questo potere non gli era concesso.
Tuttavia, consider, pur non potendo cambiare la sua vita, poteva mutare il modo in cui
Dardamel guardava a essa. E allora fece l'unica cosa che sapeva fare. Si sedette sul ciglio della
voragine, si cacci una mano in tasca ed estrasse un sigaro sottile. Batt la punta tre volte sul dorso
della mano  in un gesto che non ha alcuno scopo, ma per un fumatore, chiss perch,  essenziale. Poi
l'accese e attacc a raccontare la storia di Eva Mlnar.
Fece un catalogo delle sue imprese avventurose, ma rifer fedelmente anche le vicissitudini che
aveva dovuto affrontare. E concluse affermando: Quante donne avrebbero meritato un posto nella
Storia umana e sono sparite da essa perch un mondo di maschi ha deciso di non concedere loro pari
dignit? Un vero genocidio, se ci pensate.
Guzman non sapeva perch avesse raccontato di Eva. Non era neanche sicuro che sarebbe
servito. Non aveva mai creduto che le storie possedessero una morale. Piuttosto pensava che ognuno, se
vuole, ci trova qualcosa. E diffidava di quelli che raccontavano storie solo per impartire lezioni agli
altri  oh s, quelli erano i peggiori.
Perch mi avete detto queste cose? domand Dardamel, che invece si aspettava proprio una
morale.
In verit, non saprei. Forse per farvi tardare al vostro appuntamento con la morte.
Ultimamente, mi piace scombinarle i piani.
Dardamel ci pens su. Poi fece un passo indietro, e fu come se l'abisso sotto di lui richiudesse
le fauci.
Mi avete salvato la vita.
Vi siete salvato da solo.
22
Da sempre ritengo che i sognatori si dividano in due categorie. I consapevoli e gli involontari.
I primi hanno ben in mente un obiettivo e lo perseguono con tenacia e dedizione finch non lo
raggiungono. In questa schiera rientrano i grandi condottieri della Storia o i magnati dell'industria e del
commercio.
Cercano la fortuna che benedica le loro imprese.
I sognatori involontari, invece, hanno un obiettivo iniziale che non  mai grandioso, per finisce
col diventarlo senza che loro possano farci nulla. In definitiva, si tratta di persone che riescono a
migliorare il mondo senza volerlo. Fra questi rientrano spesso gli esploratori, gli scopritori e gli
inventori.
Nel caso specifico, per, la fortuna pu diventare la loro maledizione.
Saprete di certo che Cristoforo Colombo voleva trovare una via pi breve per raggiungere le
Indie, non certo scoprire un nuovo continente. Fino al termine della sua vita si oppose inconsciamente
all'idea che quella su cui era approdato fosse una nuova terra, anche se ormai fra molti navigatori
serpeggiava tale sospetto. Colombo tenne fede alla visione iniziale. Si narra che, in una delle
innumerevoli spedizioni, dopo aver esplorato l'isola che in seguito avrebbe preso il nome di Cuba,
obblig il proprio equipaggio a giurare davanti a un notaio che quella era in realt la Cina.
Una delle tante leggende che circolano sull'invenzione dello champagne parla di un frate
benedettino di nome Dom Pierre Prignon che voleva creare un vino bianco per guadagnarsi i favori
della corte di Francia. Solo che, a causa del clima freddo della propria regione, la fermentazione durava
ben due stagioni, e ci andava a detrimento del gusto. Tuttavia, provando a imbottigliare il prodotto
prima del tempo, si generava fastidiosa anidride carbonica. Si dice che Dom Prignon cerc per tutta la
vita di eliminare le bollicine che l'avrebbero reso famoso, perch le riteneva l'insopportabile frutto di
un errore.
Il fisico tedesco Wilhelm Conrad Rntgen stava cercando di ampliare la scoperta dei raggi
catodici, avvenuta a opera del collega Eugene Goldstein. Il daltonismo che lo affliggeva lo costringeva
a oscurare completamente il laboratorio in cui lavorava. Fu grazie al buio che not una strana
luminescenza e avvenne la casuale impressione della sua mano su una lastra fotografica. Tuttavia
quella foto era speciale perch della mano mostrava lo scheletro. Per motivi morali, Rntgen si rifiut
sempre di attribuire il proprio nome alla scoperta, poich la considerava solo un perfezionamento del
lavoro altrui. Li chiam raggi X, in quanto semplicemente sconosciuti.
Tali uomini sono solo alcuni esempi tratti dalla lunghissima schiera dei sognatori involontari. Il
destino li aveva premiati oltre le loro aspettative, e loro non riuscivano a gestire la responsabilit del
successo.
Lo stesso accadde a Dardamel.
Il musicista inventore, abbandonato ogni proposito suicida, s'incapon nel proprio sogno. Dopo
alcuni mesi di studio e lavoro intensissimi, concep un innovativo strumento musicale.
Un oboe a gas.
Lo annunci al mondo degli inventori e a quello dei musicisti in pompa magna. Ma ricav il
solito scherno, scatenando la consueta ilarit. Deciso a non mollare, deposit il progetto del nuovo
strumento presso l'ufficio brevetti.
Qualche mese pi tardi, ricevette un'anomala convocazione presso il ministero della Guerra.
Dardamel era un tipo gracilino e scarsamente coraggioso, quindi poco incline all'arte militare.
Si domand quale potesse essere la ragione dell'invito. Trascorse una nottata di tormenti, rigirandosi
nel letto alla ricerca di una spiegazione, che non arriv.
Il mattino dopo, si rec all'appuntamento.
Al seguito di un giovane militare, percorse gli ampi corridoi del palazzo del ministero della
Guerra, facendo spaziare lo sguardo fra gli alti soffitti  voluti apposta per intimorire i visitatori  e i
quadri e gli arazzi raffiguranti scene di battaglia. Stordito da tanta violenza, al termine del tragitto fu
introdotto in un ampio salone. In fondo alla stanza, c'era una scrivania a cui era seduto un generale.
Dardamel fu accolto da un sorriso di denti ingialliti e da una calorosa stretta di mano.
Complimenti, disse il generale.
Grazie. Ma per cosa?
Per il vostro brevetto.
Era la prima volta che qualcuno s'interessava alla sua opera, ma Dardamel non capiva perch
stranamente non riuscisse a gioirne. Segu un'infilata di elogi del generale all'inventore e
all'invenzione. Quindi un predicozzo sull'importanza che ogni cittadino servisse la nazione. Infine si
avventur a ipotizzare scenari apocalittici qualora venisse meno il fondamentale senso del dovere che
dovrebbe guidare gli uomini nelle proprie scelte.
Dardamel era confuso. Non stiamo parlando di musica, vero?
No di certo, rispose cordialmente l'alto in grado.
Dardamel non sapeva esattamente come prendere la cosa. Ci pens un attimo, in silenzio,
cercando le parole. Alla fine disse: Cosa credete che sia la mia invenzione?
Un lanciafiamme.
 un oboe a gas, protest.
No,  un lanciafiamme, ripet il generale senza perdere il sorriso fisso.
Ribadisco: oboe a gas.
Insisto: lanciafiamme.
And avanti cos per un quarto d'ora. Poi il generale mostr a Dardamel l'indecorosa somma di
denaro che il ministero era disposto a pagargli per acquistare il brevetto dell'oboe lanciafiamme  come
avevano convenuto di chiamarlo per dirimere almeno la controversia sulla definizione.
Davanti all'inusitata offerta, Dardamel prima tentenn, poi cedette. Di l a qualche mese, lo
strumento fu impiegato con successo per vincere una campagna militare.
Apprendendo la notizia, Dardamel cadde nello sconforto e nella frustrazione. Dal momento in
cui era diventato ricco, nessuno lo derideva pi ma non riusciva nemmeno a inventare strumenti
musicali che producessero nuovi suoni.
La sua esistenza era gravata da insopportabile silenzio.
Impieg quasi un anno a ritrovare il giovane che, sul ciglio del precipizio, gli aveva fornito una
motivazione per salvarsi. Lo scov, povero e affamato, in una bettola di Varsavia, mentre cercava di
rifilare a un pubblico di ubriachi una storia di montagne. Ormai fumava solo scarti di tabacco avvolti in
carta pesante e grezza.
Ecco,  vostro, gli disse mettendogli davanti tutto il denaro che possedeva. Io non lo
voglio.
E quando Guzman  dopo essersi domandato se tutto ci stava accadendo realmente o se era il
frutto di un'allucinazione dovuta all'indigenza  gli chiese il perch, Dardamel rispose che rivoleva il
vecchio sogno, anche a costo di non vederlo mai realizzato.
Guzman gli fece notare che non meritava quei soldi perch in fondo non aveva fatto nulla, ma
l'ex musicista inventore gli spieg che invece lo considerava alla stregua di un socio. Perch a volte
non  necessario che qualcuno ti finanzi o condivida il rischio d'impresa. A volte, c' semplicemente
bisogno di qualcuno che creda in te.
Guzman, per, avvertiva ancora l'esigenza di capire. Perci non lo state facendo per una sorta
di scrupolo di coscienza, per via di tutti i morti ammazzati con la vostra invenzione.
Non sono moralmente irreprensibile. Per cui non m'importa quell'aspetto, ammise
candidamente  e spietatamente  Dardamel. E poi penso che, anche senza l'oboe lanciafiamme, i
militari troverebbero altri modi per farsi fuori.
Allora perch?
Perch dovete raccontare le vostre storie. Compresa la mia. Se vi infastidisce l'origine di
quella somma, fate finta che io sia una specie di mecenate.
Nessuno dei due aggiunse altro. Guzman prese il denaro, Dardamel si riprese la sua vita e si
separarono. Si sarebbero rivisti un'ultima volta, ma nessuno dei due poteva saperlo ancora.
Dardamel sarebbe morto un anno dopo, suicidandosi.
Guzman si sarebbe innamorato.
23
Tutto solo una volta. Una volta sola.
Questo era il motto di Guzman. E lui, che lo aveva scelto, lo rispettava con coerenza e coraggio.
Tutto solo una volta. Una volta sola.
Non fumava mai per pi di una volta lo stesso tabacco, non visitava mai di nuovo la stessa
montagna.
Tutto solo una volta. Una volta sola.
Guzman avrebbe vissuto solo una volta, e sarebbe morto solo una volta. E avrebbe amato solo
una volta, e solo una donna.
La incontr nel solo posto al mondo dove avesse un senso. Perch Parigi, all'inizio del nuovo
secolo, era una citt festosa che aveva voglia di condividere con chiunque il proprio spirito. Il
Novecento aveva esordito carico d'auspici, la gente era felice e nessuno vedeva i prodromi di una
guerra. Sembrava l'inizio di un'epoca di pace e prosperit.  stato proprio a Parigi che Guzman...
E in quel momento, la citt esplose davanti agli occhi di Jacob Roumann. Andarono in frantumi
la Tour, l'Arco di Trionfo, Notre-Dame. Il boato fu cos forte da cancellare in un istante tutti i suoni. Il
dottore si ritrov per terra, al buio. Ci mise qualche secondo a superare lo stordimento e a capire che
era ancora vivo.
La luce torn, ma non proveniva dalla lampada a petrolio, finita in pezzi sul pavimento di
roccia. Il prigioniero aveva acceso un fiammifero. Si scambiarono uno sguardo e fu sufficiente a capire
che entrambi stavano bene.
Allora Jacob Roumann si precipit fuori dalla caverna per verificare cosa fosse accaduto.
24
Le orecchie gli fischiavano e puntini argentati gli danzavano negli occhi. All'esterno, la trincea
era un viavai di gente che correva. Jacob Roumann li guard per capire da dove venissero o dove
fossero diretti. Molti, semplicemente, scappavano in preda al panico.
Afferr un soldato per la manica e lo tir violentemente a s. Cosa  stato?
Aveva gli occhi di un bambino spaventato.  esplosa la montagna, disse.
Dove  successo?
Da quella parte, indic alzando un braccio tremante.
Jacob Roumann lo lasci andare. Poi s'immise nel flusso che portava in quella direzione.
Sentiva grida e pianti. I soldati gli sbattevano contro nello stretto budello della trincea, come inseguiti
da un nemico invisibile, urlavano: Siamo sotto attacco!
Partirono colpi di risposta che si perdevano nella notte. Il medico proseguiva, come in trance,
verso il fulcro della disperazione. Poi, nel buio, inizi a calpestare i morti.
Doveva procedere, non poteva fermarsi, altrimenti sarebbe finito schiacciato nella calca, come
probabilmente era accaduto a coloro che erano per terra. Quando sent l'odore, cap cos'era successo.
Il gas.
Si fece largo in una barriera di spettatori attoniti, immobili sul confine di qualcosa. Vide ci che
stavano guardando. I pezzi strappati via, la carne consumata, i corpi fusi fra loro dalle fiamme. I
cadaveri con il capo e gli arti ripiegati all'indietro e il busto teso in uno slancio verso l'alto 
accartocciati come foglie secche.
Nessuno si lamentava. Nessuno richiedeva il suo intervento. Jacob Roumann comprese di essere
superfluo in quella scena, la morte stavolta non aveva avuto bisogno di lui.
Perci non avrebbe potuto annotare nulla nella sua agenda del 1916 con la copertina nera. Non
c'era stato il tempo, era accaduto troppo in fretta. Il gas, una scintilla e l'esplosione che aveva
consumato ogni cosa  ossigeno, oggetti e persone  in un solo, deflagrante istante.
Fra le vittime riconobbe l'attendente del maggiore. Il fuoco gli aveva divorato met del volto 
pareva la maschera grottesca di un assurdo carnevale. Una mano si pos sull'unico occhio, serrandogli
la palpebra. Jacob Roumann si sporse per scoprire a chi fosse toccata stavolta la triste incombenza e
vide che, inginocchiato di fronte a lui, c'era proprio il maggiore. Non avrebbe mai sospettato una simile
delicatezza in quel soldato.
Il superiore si rimise in piedi e disse al sergente di ordinare agli uomini di smetterla di sparare.
Non c'era stato alcun attacco da parte degli italiani. Si era trattato di un incidente. Era esploso un
lanciafiamme.
Jacob Roumann pens all'assurda coincidenza. Non sapeva se fosse stato davvero Dardamel a
inventare quell'oggetto di morte  in verit, aveva sempre creduto che fosse opera di un altro. In ogni
caso pens a quanto fosse bizzarro che gli uomini  le uniche creature in natura a possedere la
consapevolezza del dono della vita  da sempre cercassero nuovi modi per uccidersi a vicenda.
Avete sentito il maggiore? Cessate il fuoco! url il sergente. Si  trattato di un incidente. 
esploso un lanciafiamme.
Vi sbagliate, disse il dottore, senza che nessuno potesse sentirlo.  un oboe a gas.
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All'una del mattino, Jacob Roumann fece ritorno nella caverna con una nuova lampada a
petrolio. Scost la tenda e, illuminando l'interno, scorse uno dei soldati di guardia che si accaniva sul
prigioniero percuotendolo violentemente col calcio del fucile.
No, no! Si precipit ad afferrarlo per le spalle e lo tir via.
La spia stava leggendo i vostri appunti, si giustific mostrandogli l'agenda del 1916 con la
copertina nera. Il soldato aveva l'affanno per i colpi che aveva inferto.
Jacob Roumann lo ignor e si dedic al prigioniero. State bene?
Io s. E voi? gli rispose, dolorante.
Il dottore vide che aveva un taglio su uno zigomo. Di l a poco sarebbe venuto fuori l'ematoma.
Si rivolse nuovamente al soldato, porgendogli il proprio fazzoletto: Va' l fuori e riempilo di neve
fresca.
L'altro prov a replicare ma Jacob Roumann gli riserv un'occhiata carica d'odio di cui quasi si
vergogn. Ma non aveva voglia di mettersi a discutere  non dopo ci che aveva vissuto nell'ultima
ora, passata a separare col bisturi cadaveri abbracciati fra loro o a rimettere insieme resti umani.
Poco dopo, rimasti soli, il dottore tampon con l'involto il viso del prigioniero.
Mi dispiace, non avrei dovuto leggere il vostro libriccino, si rammaric l'italiano.
Devo averlo perduto quando l'esplosione mi ha gettato per terra. Comunque non  niente
d'importante.
Ma il prigioniero non sembrava convinto. Lo , invece. Altrimenti non vi sareste preso la briga
di riempire ogni giorno, accuratamente, ogni pagina con quegli appunti. E poi usate un fiore di carta
come segnalibro... Allora, di che si tratta?
Il dottore gli prese la mano e l'appoggi sull'involto con la neve che gli copriva mezza faccia.
Comprimete con forza, si raccomand. Poi si rec al tavolo e prese l'agenda, piazzandola sotto la
luce della lampada a petrolio. Che pagina?
L'ultima, per esempio.
Jacob Roumann sfogli fino al 14 aprile, dov'era custodito il fiore di carta. Poi, tenendo ben
aperto il libriccino, lo porse al prigioniero. Leggete.
Il prigioniero si serv dell'unico occhio che aveva a disposizione. Ore 4.25. Soldato semplice:
'Mamma'.
Ferita da arma da fuoco, disse il dottore, poi aggiunse: Brutta ferita. Ha voluto che gli
tenessi la mano. Giovane, troppo giovane.  spirato chiamando sua madre.
L'italiano, che cominciava a capire, prosegu con la voce successiva: Ore 10.26. Ufficiale:
'Non c' pi la neve'.
Si stava dissanguando e perci era diventato cieco. I suoi occhi si erano spenti almeno un'ora
prima, sul paesaggio del ghiacciaio. Ma lui non se n'era ancora accorto. Ha realizzato la cosa solo
qualche attimo prima di andarsene.
Ore 16.12. Soldato semplice: 'La fine'.
Avvelenamento da piombo, non sono riuscito a estrarre tutte le pallottole. Mi ha domandato,
dottore  la mia fine? Non gli ho risposto. Poco dopo l'ha fatto da solo. Un'affermazione, secca. La
fine.
Ore 20.07. Soldato semplice: 'Appare'.
Mi ha colpito molto. Era come se vedesse qualcosa. A volte capita. Non sai se  una
consapevolezza o una consolazione che qualcosa appaia proprio mentre si scompare.
Infine: Ore 22.27. Sottufficiale: 'Una coperta di lana'.
Semplicemente, aveva freddo.  stata l'ultima richiesta.
Il prigioniero cominci a sfogliare l'agenda a ritroso, meravigliato. Voi collezionate le ultime
parole dei moribondi. Stupefacente.
Gi, ammise Jacob Roumann.
Ogni giorno c' una lista,  incredibile. E cosa sperate di ricavarne? Un messaggio
dall'Onnipotente?
In effetti, all'inizio era ci che mi ripromettevo.
Il prigioniero sollev lo sguardo sul dottore, cercando di capire se fosse serio.
Non sono cos pazzo, lo tranquillizz con un sorriso Jacob Roumann. Poi il suo sguardo si
perse nella grotta. All'inizio della guerra mi facevo uno scrupolo quando, dopo, non riuscivo a
ricordare i nomi, i volti. Mi dicevo, sono esseri umani! Ho il dovere di conservare almeno la memoria
di come sono morti. Ma erano troppi. Ciononostante, non volevo assuefarmi all'indifferenza. Perch la
cosa peggiore di una guerra, peggiore della morte che porta una guerra,  l'abitudine a quella morte...
L'italiano abbass lo sguardo. Lo capisco.
Ma poi, un giorno ho fatto una scoperta.  accaduto per caso, e da allora ho cominciato ad
appuntare le ultime parole di quelli che morivano.
Che scoperta? domand il prigioniero, improvvisamente incuriosito.
Tornate all'elenco che avete appena letto, alla pagina del 14 aprile.
L'italiano ritrov il segno indicato dal fiore di carta.
Ora leggete daccapo, ma senza inutili didascalie. Solo le frasi, di seguito per, senza
interruzioni.
Il prigioniero lesse: Mamma  non c' pi la neve  la fine  appare  una coperta di lana.
La beatitudine di un silenzio cal fra loro. Le parole rimasero ad aleggiare un poco sulle loro
teste, prima di svanire come fumo di tabacco. L'italiano scorse sul volto di Jacob Roumann la
leggerezza di un sorriso, sembrava soddisfatto. C' una bellezza nascosta in ogni cosa, disse il
dottore. Anche nella pi tremenda.
Non c'era bisogno di ulteriori commenti. Il prigioniero rimise il fiore di carta fra le pagine e
chiuse l'agenda.
Jacob Roumann aveva gli occhi che brillavano. Ora che avete scoperto il mio segreto, per
favore raccontatemi quello di Guzman... Chi era l'unica donna di cui  stato innamorato?
26
Una cosa Guzman non aveva mai fatto. Non ho mai dato un nome a una montagna, mi ripet
pi di una volta.
Se ne rammaricava sul serio. All'inizio del XX secolo era convinzione diffusa che l'uomo
avesse esplorato ogni angolo emerso del pianeta, perci Guzman non aveva molte chance.
Ma presto avrebbe dovuto attribuire un nome a qualcosa di pi arduo di una montagna.
Una donna.
La vide per la prima volta mentre passeggiava all'interno del grandioso hotel che Csar Ritz
aveva voluto dedicare all'opulenza e al buon gusto dei parigini.
Guzman stava raccontando una delle sue storie, mentre sorseggiava assenzio e assaggiava un
magnifico sigaro reale nel fumoir. Lei pass fugacemente davanti a una vetrata, parlava e rideva con un
paio di amiche. Guzman si zitt  non gli era mai capitato.
Ci sono donne che usano la loro bellezza come un ricatto. Per quanto impegno tu possa mettere
per conquistarle, non si concederanno mai totalmente. Lei invece no. Indossava la propria grazia come
fosse un abito, incurante dell'effetto che produceva sugli altri. E nel momento stesso in cui la not,
Guzman cap che, se non l'avesse avuta, avrebbe sentito per sempre la sua mancanza.
Non lo sapeva, ma da un po' di settimane ormai a Parigi non si parlava d'altro che di quella
misteriosa ragazza. Era stata avvistata spesso ultimamente, specie nei ristoranti di lusso, a teatro e in
alcuni caff. Le uniche informazioni che si conoscevano di lei, per, erano che aveva pressoch
vent'anni, che era la figlia dell'ambasciatore spagnolo e che si accompagnava sempre con le solite
amiche  due fanciulle giunte appositamente da Madrid per farle compagnia.
Tutto qui? chiese Guzman.
Tutto qui, gli confermarono.
Nei salotti buoni si era scatenata una caccia al nome, quasi fosse una specie di nuovo gioco di
societ. Quando cerc di saperne di pi, Guzman scopr che era proprio la fanciulla ad alimentare il
mistero circa la propria identit. Si divertiva a mettere in giro false informazioni e nomi inventati  il
tutto con la complicit delle amiche, s'intende.
Ovviamente, i pretendenti pi affascinanti e appetibili di Parigi si sfidarono a conquistarne il
cuore. Ma, da galantuomini, si accordarono su una semplice regola.
Chiunque avesse scoperto il nome della ragazza avrebbe avuto la precedenza nel
corteggiamento.
Siccome l'unica depositaria della verit era proprio lei, erano costretti a presentarsi azzardando
la risposta. Ci provarono in molti, e molti dovettero ritirarsi in buon ordine.
Durante una serata al circolo, Guzman inaspettatamente se ne usc dicendo che anche lui ci
avrebbe provato. E aggiunse che era oltremodo convinto di riuscirci.
La notizia fu accolta dai presenti con velata ironia e qualche risata nascosta. Tutti volevano
bene a Guzman, ma nessuno era disposto ad accordare a quell'omino brutto la bench minima
possibilit di successo.
Anche se il destino avesse voluto che indovinasse davvero il nome della ragazza, era
improbabile che riuscisse a conquistarla. Ma ci non gli fu detto. Invece gli amici lo incoraggiarono a
compiere l'impresa, anche perch volevano irridere il suo fallimento.
D'accordo, caro amico, gli disse qualcuno. Vi daremo tutti una mano e ci asterremo dal
corteggiare la fanciulla per un periodo  diciamo  di cinque mesi esatti. Il termine scadr la sera del
Gran ballo dell'Ambasciata di Spagna, quando avrete l'opportunit di avvicinarla in esclusiva.
Guzman accett l'accordo, senza intuire l'inganno di coloro che credeva sinceri. Non era
questione di cattiveria, ma di giustizia, ribad pi d'uno. Perch era giusto che Guzman pagasse il
prezzo della propria alterigia  gli sarebbe servito certamente di lezione.
Lui non percep lo scherno, o non se ne cur. Perch aveva ben altro a cui pensare. Doveva
escogitare un piano. E aveva solo cinque mesi per realizzarlo.
27
Se voleva che la fanciulla s'innamorasse di lui, doveva sapere con certezza cosa fosse l'amore.
La vera essenza di un sentimento che da millenni manda avanti il mondo.
Ma se l'avesse chiesto a un uomo, avrebbe avuto solo il punto di vista di un uomo sulla
faccenda. E se l'avesse chiesto a una donna, avrebbe ottenuto una visione esclusivamente femminile. In
ogni caso, avrebbe ricavato sempre una versione parziale, che non gli serviva.
Per questo si rivolse all'unica persona al mondo che poteva possedere entrambe le risposte, in
quanto n uomo n donna  o forse in quanto era tutte e due le cose insieme.
L'ermafrodito pi famoso di Marsiglia.
Madame Li gestiva ancora la lavanderia e si occupava sempre di preservare il candore della
biancheria  e della reputazione  dei suoi concittadini. Quando Guzman rimise piede nell'antro
nebbioso, fu come se avesse di nuovo dodici anni. Non era cambiato niente. N il vapore odoroso che
rendeva enigmatico e dolce quell'inferno, n la sensazione di vertigine al bassoventre che aveva
sperimentato da ragazzo maneggiando la lingerie di qualche signora della buona societ.
Per i suoi sensi ormai adulti, persisteva ancora un vago presagio di scoperta.
La titolare apparve fendendo una tenda di bamb. Pi che camminare, sembrava levitasse.
Guzman not che non era invecchiata di un giorno. Si serviva ancora di un trucco pesante per coprire
l'ombra della barba, ma la peluria ormai imbiancata svaniva pi facilmente sotto lo strato di cipria,
conferendole un aspetto del tutto femminile.
Madame Li lo riconobbe subito, per decise di fingere e non lo diede a vedere. Cosa
desiderate?
Allora Guzman prese dalla tasca del palt un paio di mutande da donna che si era portato
appresso. Ho inseguito queste fino al vostro cortile, disse.
Madame Li non replic.
Alle mutande piace scappare, aggiunse Guzman. Ma tanto tornano. Tornano sempre.
Da Madame Li sempre silenzio.
Le camicie sono pi educate. Le ghette, troppo timide. I colletti inamidati...
... troppo pigri, concluse Madame Li. Cosa cerchi, un lavoro da garzone?
Molto di pi stavolta... Voglio sapere che cos' l'amore.
A che ti serve?
Ad avere il cuore di una donna.
Tu vuoi possedere il suo cuore?
No, me lo ha insegnato mio padre che il possesso  il pi grave torto che si possa fare al cuore
di una persona amata. Io lo voglio solo in prestito.
Lei  bella? domand di getto.
Bellissima, rispose lui senza esitare.
Madame Li lo osserv bene, per valutare la sua reazione. Tu sai di essere brutto, vero,
Guzman?
Era la prima volta che qualcuno glielo diceva in faccia. Ma lui non si scompose. Questo
dettaglio dovrebbe ridurre le mie chance?
In effetti, no.
Si sent rincuorato. Allora Madame Li sedette sul bordo di una delle vasche di pietra. Mise le
mani in grembo, con un gesto riposante. Se vuoi conoscere la risposta alla tua domanda, devi fare un
lungo viaggio. Te la senti?
Ho gi viaggiato tanto, non  un problema. Dove devo andare?
In una valle del Sud della Cina, nella provincia dello Yunnan, vive un popolo molto antico. Se
ci andrai, troverai ci che cerchi.
Perch, cosa succede in quella valle?
Ogni anno, in primavera, le montagne cantano.
28
Percorse migliaia di chilometri e impieg trentacinque giorni per giungere a destinazione  e
altrettanti gliene sarebbero serviti per tornare, ma gli restavano ancora quasi tre mesi prima del Gran
ballo dell'Ambasciata di Spagna.
La valle di cui gli aveva parlato Madame Li era chiusa fra le montagne. Vi abitava un antico
popolo dell'etnia Miao  da alcuni conosciuta come Hmong. Avevano sempre vissuto quasi di
nascosto. Grazie a quell'isolamento avevano conservato antichissime tradizioni, preservandole dalla
crudelt degli invasori e del progresso.
Guzman, a dorso di cavallo, percorreva una stretta gola. Buia, perch la luce del sole non ce la
faceva a scendere lungo le ripide pareti di roccia, ristagnando in superficie.
Inaspettatamente, al termine di una strozzatura, davanti a lui si apr una verdissima vallata
chiusa fra i monti. La guida cinese che lo accompagnava indic il paesaggio con in volto l'espressione
che in ogni cultura significa solo una cosa. Siamo arrivati.
Era primavera e la natura appariva colorata di smeraldo.
Guzman decise di celebrare il momento preparando da fumare. Ma si blocc con il fiammifero a
pochi millimetri dalla punta di una sigaretta. A distrarlo  a rapirlo  fu un canto.
Vivace e malinconico insieme. La voce era limpida e impetuosa. Proveniva da una delle
montagne alla sua sinistra. Scendeva lungo il crinale come un ruscello invisibile e, rimbalzando
nell'eco, si propagava per la valle, senza trovare ostacoli nella sua corsa celeste.
Cess com'era cominciato, improvvisamente.
Trascorsero alcuni secondi di puro silenzio, e un'altra montagna  alla destra di Guzman 
rispose intonando una canzone completamente diversa  lenta e struggente , composta di note
altissime che, dopo essersi elevate ad alta quota, ricadevano al suolo come pioggia di cristallo.
Non era possibile comprendere la lingua usata da quei cantori. Ma chiunque avrebbe colto lo
stesso il significato. Erano parole d'amore.
Estasiato, Guzman diresse il cavallo verso il primo villaggio che si scorgeva nella breve
pianura. La musica di altre voci accompagn il tragitto e il suo ingresso nell'abitato. La popolazione lo
osservava incuriosita, ma nessuno osava avvicinarsi allo straniero.
Allora Guzman domand agli indigeni presenti se qualcuno lo capiva. Ripet la frase in tutte le
lingue che conosceva. Finch non fu un vecchio a rispondergli in francese.
Si chiamava Shaoba Qi. Aveva mani rugose e occhi senza tempo.
Guzman gli chiese cosa fossero quei canti che provenivano dalle montagne. Il vecchio Shaoba
Qi fu lieto di rispondergli, perch ormai nella valle tutti conoscevano la storia e nessuno glielo
domandava pi  e Guzman not, ancora una volta, che per rendere felice un uomo basta offrirgli
l'opportunit di raccontare.
Shaoba Qi disse che ogni primavera, i giovani maschi del villaggio salivano sulle montagne per
intonare canti alla donna che avevano scelto d'amare per il resto della loro vita. E scendevano soltanto
se ricevevano un canto di risposta da parte dell'amata.
A volte, vanno avanti fino alla fine dell'estate. Molti non scendono, e si lasciano morire
lass, disse Shaoba Qi. Pi che la vergogna di non essere riusciti a penetrare il cuore della prescelta,
li spinge la consapevolezza dell'inutilit di vivere il resto dei giorni senza di lei.
Shaoba Qi spieg a Guzman che i giovani trascorrevano l'inverno a perfezionare la loro
canzone, scegliendo con cura parole e intonazione. Incastonato tra le frasi c' il nome della ragazza.
Che, ovviamente, non sa chi sta cantando per lei.
Guzman aveva un'aria interrogativa.
Allora il vecchio aggiunse una precisazione. Nelle altre culture ci si sceglie diversamente. Si
guardano altri talenti  l'aspetto, il peso, le propriet di famiglia. Ma noi Hmong di montagna troviamo
un compagno o una compagna attraverso il canto. Non conta l'apparenza, la cosa importante  che
sappia cantare, perch allora vuol dire che  in grado di mostrare il proprio amore. Le persone troppo
belle amano solo se stesse, concluse saggiamente Shaoba Qi.
Guzman si sent rincuorato dall'ultima affermazione.
Poi vide una ragazza che riversava dell'acqua da una brocca. Svolgeva il compito con gli occhi
chiusi, mentre con le labbra ripeteva a bassa voce la canzone che risuonava dalle montagne in quel
momento. Guzman si sent privilegiato ad aver scorto per primo quella che sarebbe stata la sua risposta.
Era un s.
Ho capito, disse al vecchio. Grazie, ora devo andare. Stava per rimontare a cavallo, ma ci
ripens e torn sui suoi passi. Le vostre montagne hanno gi tutte un nome?
S, disse Shaoba Qi.
Peccato.
Quindi, senza sprecare un solo secondo  nemmeno per riposare , si rimise in viaggio. Aveva
bisogno di un musicista. Anzi, di pi. Un musicista inventore.
29
Non fu facile trovare Dardamel. Gli ci vollero diciannove preziosissimi giorni per scovarlo a
Ginevra  stava cercando di piazzare a un impresario teatrale la sua ultima invenzione.
Di che si tratta stavolta? gli domand Guzman mentre prendevano un caff alla stazione
ferroviaria.
Uno xilofono a motore.
I due si guardarono, non seguirono commenti.
Mi serve il tuo aiuto, disse Guzman. E gli raccont la storia della ragazza misteriosa, del
Gran ballo e di ci che provava per lei pur non conoscendola affatto e non avendole mai parlato.
Magari  soltanto bella, afferm Dardamel. O forse  stupida. Non ci hai pensato? Allora
perch darsi tanta pena? Non lo disse per smorzargli l'entusiasmo. Da buon amico, gli stava solo
somministrando la giusta dose di realismo.
 proprio questo il punto, non capisci? tagli corto Guzman. Fra tutte le conquiste, la pi
emozionante per un uomo  il cuore di una donna. Ho girato il mondo, vissuto avventure, incontrato
persone incredibili, ma l'impresa pi esaltante  qualcosa di vicino, eppure quasi impossibile.
Dardamel concluse che il ragionamento filava. Ma come la metti con la storia del nome?
In effetti, non ci ho ancora pensato, ammise Guzman, adombrandosi. Ma me ne preoccuper
a tempo debito. Adesso mi serve altro.
Presumo che qui entri in gioco la ragione che ti ha portato da me. Cosa ti serve esattamente?
Una musica segreta, disse Guzman con gli occhi che brillavano, ripensando alla lezione
appresa fra le montagne della Cina. Una melodia che nessuno conosce, ma che soprattutto lei non
abbia mai sentito. Perch, facci caso, non c' nulla di paragonabile all'emozione che proviamo quando
scopriamo una musica nuova. Ogni volta, in quel primo ascolto,  come se fosse stata creata solo per
noi. E ci ci rende unici. Ecco, ho capito che, se voglio quella donna, devo farla sentire unica.
Dardamel si gratt la fronte e arricci le labbra. Allora hai bisogno di qualcosa di passionale
ma, nello stesso tempo, struggente. Una musica che avveleni il sangue  ma un veleno che guarisce.
Una melodia che abbia in s una magia salvifica, per anche una maledizione. Che si accompagni al
gesto, una fusione di corpi e di sensi... In conclusione, una poesia fatta non di parole, ma di note.
E dove la trovo una musica cos?
Adesso, in Argentina.
Il maggiore ha bisogno di parlare con voi, dottor Roumann.
30
Non l'aveva sentito entrare. Jacob Roumann si volt infastidito verso il sergente. Non ora.
Mi  stato ordinato di convocarvi senza indugio.
Il medico non riusciva a crederci. Erano arrivati a un punto essenziale del racconto che proprio
non poteva essere lasciato in sospeso, e quell'imbecille guastafeste era riuscito a spezzare
l'incantesimo. Era sempre stato un uomo mite, ma in quel momento Jacob Roumann avrebbe voluto
mettersi a urlare. Due minuti, disse. E lo fece con tutta la fermezza di cui fu capace.
Il sergente attese in silenzio per qualche secondo, reggendo lo sguardo del dottore in una specie
di gioco di forza. Poi lo spost per un attimo sul prigioniero che sedeva nell'ombra. Quindi si volt e
usc dalla grotta.
Jacob Roumann esort il prigioniero. Andate avanti, non ho molto tempo.
Non saranno sufficienti un paio di minuti, parve giustificarsi l'italiano.
Non importa. Il resto me lo direte dopo, ma voglio sapere almeno se Guzman riusc a trovare
quella musica in Argentina...
Be', il viaggio fu lungo e assai travagliato, anche perch non sapeva dove e cosa esattamente
cercare  e l'Argentina  grande.
Ma ebbe successo nell'impresa, vero? domand, un po' in ansia, Jacob Roumann.
Intanto posso dirvi che torn appena in tempo per il Gran ballo dell'Ambasciata di Spagna.
Giunse a Parigi la sera prima, ma senza avere ancora un'idea del nome della ragazza.
Jacob Roumann voleva conoscere il seguito, ma diede un'occhiata all'orologio da taschino e
scosse il capo. Va bene, non mi va di ascoltare il resto in questo modo, con la fretta e il pensiero del
maggiore che mi attende. Vorr dire che finirete dopo il vostro racconto.
Come desiderate, dottore, sorrise il prigioniero. Tanto non mi muovo.
31
Il medico percorse il tragitto macerando il malumore fra i denti. Arrivato al cospetto del
maggiore, lo trov seduto sulla branda e coi piedi sollevati su una cassetta di legno per munizioni. Si
puliva le unghie con la punta di un coltellino. Non alz nemmeno lo sguardo quando disse: Alla
buonora, dottore.
Jacob Roumann si ferm, impalato, a un paio di metri.
Adesso vi mettete a discutere i miei ordini?
Non mi permetterei.
Quando vi convoco, pretendo che scattiate. Il tono era odiosamente calmo. Non c'era alcuna
urgenza nelle sue parole.
Volete che vi faccia rapporto?
Il maggiore liquid la proposta con un gesto distratto della mano. Poi aggiunse: Ho deciso di
sollevarvi dall'incarico.
Jacob Roumann rimase senza parole per un lunghissimo istante. Ma se non sapete
nemmeno...
Non importa, lo interruppe. Non conta cosa riuscirete a scoprire. Proporremo lo stesso lo
scambio agli italiani: il prigioniero per il tenente colonnello. Se  vero che  un ufficiale, accetteranno.
Era contento, perch in fondo era una buona idea e cos l'italiano avrebbe avuto salva la vita.
Ma c'era qualcos'altro. Non era delusione, ma una specie di tristezza. Come quando si deve dire addio
a un caro amico. Anche se sai che  giusto, ti fa male. E quel piccolo dolore gli si leggeva in faccia.
Il maggiore parve accorgersene, perch infier con un certo gusto. Mander una staffetta prima
dell'alba con la nostra offerta. Sempre che siano interessati a riavere indietro il loro uomo. Lo sapete,
ultimamente ho maturato una certa stima nei loro confronti. Li ho sempre ritenuti inferiori  la loro
monarchia  inferiore, la loro razza, la loro storia. Ma ho dovuto cambiare parzialmente il mio giudizio
quando ho visto i loro giovani soldati gettarsi con tutto quello slancio sulla nostra linea di fuoco. Sapete
come fanno a motivarli cos efficacemente?
Jacob Roumann scosse il capo, ma non perch fosse curioso. Era sicuro che la risposta sarebbe
stata sgradevole e avrebbe preferito non conoscerla.
Prima dell'assalto, gli ufficiali sparano in testa a un paio di uomini  non necessariamente a
dei vigliacchi, li scelgono a caso. Cos il messaggio  chiaro per tutti. Non esiste la piet. Nessuno potr
tornare indietro. L'unica salvezza possibile passa per la sconfitta del nemico. Ammirevole, non
trovate?
Disgustoso, avrebbe voluto commentare Jacob Roumann. Invece non disse niente. Un sapore
amaro gli seccava la bocca.
Grazie per la collaborazione, dottore. Ora che non c' pi bisogno che parliate al prigioniero,
potete tornare alle vostre mansioni.
Sissignore, riusc a rispondere soltanto.
Salut, e stava per andar via quando il maggiore parl di nuovo. Lo so che vi aspettavate un
encomio... per la storia di vostra moglie e la vostra reputazione... Ma, se accettate il consiglio di un
amico, una donna cos non merita affanni, e nemmeno il vostro disprezzo.
Jacob Roumann avrebbe voluto replicargli duramente che non erano amici e che non accettava
giudizi o consigli da lui e, tantomeno, quel genere di confidenza. Si limit a voltargli le spalle per
andarsene, e se ne vergogn.
32
Non l'aveva nemmeno salutato.
Jacob Roumann era disteso sul giaciglio di paglia e tela di sacco che ormai da pi di un anno
era la sua tana sul monte Fumo, e non riusciva a non pensare al fatto che probabilmente non avrebbe
rivisto mai pi il prigioniero.
I rumori della trincea gli impedivano di prender sonno. Fianco a fianco, gli uni con gli altri,
come bestie in una stalla, a condividere l'aria da respirare, gli odori nauseabondi. Senza poter scappare.
Costretti a sopportarsi, a starsi addosso, per non far disperdere il calore, per non morire assiderati nelle
notti di tormenta.
Condannati a un abbraccio forzato ma, in fondo, ognuno per s.
Non esisteva alcun cameratismo, non era vero che fra compagni si diventa come fratelli, che
quando spartisci la paura  non solo della morte ma perfino quella di essere ancora vivo  si crea un
legame indissolubile. Jacob Roumann guardava i commilitoni e scorgeva ostilit nei loro sguardi 
rancore, sospetto, l'invidia per un tozzo di pane in pi.
 l'odio che t'insegnano. Ed  l'odio che vogliono da te. Perch  cos che si sopravvive a una
guerra, pens.
O forse non era vero niente. Ed era solo lui lo sbaglio, l'anomalia.
Che razza di persona era? Perch si perdeva in inutili elucubrazioni? Era abbattuto. Avrebbe
dovuto essere contento per l'epilogo della vicenda, in fondo l'italiano era salvo. Invece non riusciva a
gioirne. Sono io l'egoista, si disse.
Non era perch non avrebbe mai saputo come andava a finire la storia. Credeva di farne parte
anche lui, ecco cos'era. Come fosse una specie di diritto di cui l'avevano ingiustamente defraudato. Ma
non era e non sarebbe mai stata la sua storia. Apparteneva a qualcun altro. A Guzman, prima di tutto.
Jacob Roumann invece adesso si accorgeva di essere solo un povero, patetico medico di guerra. Il
marito mediocre e imperfetto di una donna che aveva deciso di rimpiazzarlo con un altro uomo... Si
ferm a riflettere. Era questo il punto, la ragione della zavorra che aveva nel cuore.
Nessuno avrebbe mai voluto raccontare la storia di Jacob Roumann.
Il cielo sopra di lui si apr, apparvero le stelle. C'era una notte limpida oltre lo schermo delle
nuvole. Il ghiacciaio emise un suono misterioso  un profondo sciabordio. Come un mare immobile
che, per, risente ancora dell'influsso della luna. A volte lo si sentiva fremere o crepitare. Avresti detto,
respira  come un animale antico, da secoli in letargo.
In quel raro e fragile momento di pace, Jacob Roumann si accorse di essere improvvisamente
invecchiato. La mezzanotte era trascorsa da un pezzo e se n'era andato un altro compleanno  il pi
triste della mia vita, consider.
Si costrinse a ripensare a sua moglie, e a un momento felice di quando erano insieme. Era la sua
storia, in fondo. E anche se nessuno l'avrebbe raccontata, era pur sempre una vita. La sua vita.
Gli venne in mente il fiore di carta nascosto fra le pagine consumate della sua agenda. Aveva
deciso di conservarlo l perch era sicuro che solo cos, tenendolo costantemente davanti agli occhi,
sarebbe riuscito a dimenticarsene. Ma nessuno ha il diritto di dimenticare, si disse. Neanche lui ce
l'aveva.
Jacob Roumann non aveva mai avuto l'ambizione di dare un nome a una montagna. Ma il suo
pi grande rimpianto sarebbe rimasto sempre legato a una donna meravigliosa.
Eppure anni prima si era promessa a lui. Ma come gli aveva scritto nella lettera con cui l'aveva
lasciato, le promesse a volte fanno pesare il cuore.
33
Appena laureato in medicina, Jacob aveva preso servizio presso l'Ospedale Generale di Vienna.
Un importante luminare l'aveva scelto come assistente ma, per fargli scontare il prezzo del privilegio,
non si faceva scrupoli a costringerlo a turni massacranti e a orari assurdi. Jacob non riusciva a staccare
prima della mezzanotte e lo attendeva una sveglia puntuale alle cinque.
Ogni volta che arrivava o andava via dall'ospedale, passava dalla saletta riservata ai giovani
internisti. Era poco pi di uno spogliatoio in cui erano state piazzate un paio di poltrone, rivestite di
pelle lisa, e un fornelletto a carbone per fare il t. C'erano due file di attaccapanni alle pareti. Ognuno
aveva il proprio piolo a cui appendere il camice a fine giornata  non perch quel posto gli fosse stato
assegnato, ma per spontanea consuetudine.
Una mattina, ancora intontito dal sonno, indoss il camice prima di mettersi al lavoro. Con un
gesto meccanico, infil subito entrambe le mani in tasca. Ma quella volta sent qualcosa al tatto 
sottile e ruvido. Non avrebbe mai pi dimenticato quella piccola sensazione  come  infinitesimale
l'inizio di ogni avventura, avrebbe pensato poi.
Sfil la mano e si ritrov a guardare nel suo palmo una stella alpina, realizzata con un foglio
che sembrava di giornale.
Stupito e interdetto, si domand come fosse finita l dentro. Non riuscendo a rammentare nulla,
stava per accartocciare e gettare via lo strano manufatto. Ma si ferm un attimo prima e lo tenne.
Trascorse la giornata senza pensarci. Alla fine del turno, aveva del tutto rimosso il
ritrovamento. Come sempre, scambi il camice con il soprabito e se ne torn a casa.
Il mattino dopo, ripet l'operazione ma, un istante prima di mettere le mani in tasca come al
solito, senza sapere il perch ripens a ci che era accaduto il giorno precedente. Guidate da una specie
di sesto senso, le dita scivolarono nello scomparto, e con i polpastrelli avvert subito qualcosa.
Un secondo fiore di carta. Un tulipano.
Stavolta il ritrovamento lo scosse. Per capirci qualcosa, dispieg i petali e scopr che non si
trattava di comune carta di giornale. Era la pagina di un libro. Versi in rima, divisi in ottave. Anche se
al momento non rammentava l'opera, li aveva gi letti, per molti anni prima, al liceo. Erano
bellissimi, ma produssero in lui anche uno strano disagio.
E quella sensazione  un misto di turbamento ed eccitazione  torn ad assalirlo pi volte nel
corso della giornata, come un solletico sul cuore. Finch dalla memoria non giunse almeno una
risposta. I versi appartenevano all'Orlando furioso dell'Ariosto, mentre quelli contenuti nel fiore del
giorno precedente erano di Shakespeare. Jacob era un uomo pratico, non certo disposto ad assecondare
simili frivolezze. Cos decise di ignorare la faccenda. La sera riprese il soprabito e, non senza qualche
timore, affid il camice al solito piolo.
Il terzo fiore di carta era al proprio posto l'indomani, ed era un giglio che racchiudeva l'Infinito
di Leopardi.
Per quanto avesse desiderato una conferma, Jacob non la prese bene. Durante la notte aveva
dato voce al proprio pessimismo e si era convinto che poteva trattarsi solo di uno scherzo dei colleghi
pi anziani, una specie di benvenuto goliardico all'ultimo arrivato. Probabilmente in quel momento,
nella saletta affollata di internisti, qualcuno stava ridendo alle sue spalle. Allora, senza nemmeno
guardarsi intorno, gett via il giglio con un gesto incurante ma plateale, in modo che lo notassero tutti.
Ventiquattr'ore dopo, non trov un quarto fiore di carta, bens nuovamente il giglio che aveva
gettato via. Era un po' stropicciato, ma qualcuno l'aveva ripiegato al meglio.
Qualcuno che non voleva essere ignorato.
Jacob non amava i misteri, specie se rischiavano di fargli fare la figura del cretino. Cos
escogit un modo per scombinare i piani dell'ignoto fiorista. La sera and via per ultimo, ma invece di
appendere il camice al solito piolo, ne scelse uno fra i tanti che erano ancora liberi  confidando nel
fatto che, a quel punto, non c'era modo di distinguere il suo dagli altri.
Invece qualcuno riusciva a riconoscerlo, perch il quinto giorno un nuovo fiore attendeva
beffardamente di essere scoperto nella sua tasca.
34
Il rito dei fiori di poesia si ripet per ventisette mattine di seguito. Se fosse stato uno scherzo,
sarebbe certamente finito prima. Perci, a poco a poco, Jacob si era persuaso che si trattasse di qualcosa
di diverso. Per la prima volta nella sua esistenza, si sent speciale.
Da tempo si domandava chi potesse essere l'autrice di quel gesto  perch si era convinto quasi
subito che si trattasse di una donna, e nessuno gli avrebbe fatto cambiare idea. Poteva essere opera di
una paziente o forse di una familiare di qualche degente. Ma doveva trattarsi di una persona che avesse
accesso indisturbato alla saletta degli internisti. Una persona che in quel contesto non desse nell'occhio.
Una persona che aveva modo di osservarlo, non vista.
Una delle monache?
Per quanto l'ipotesi fosse pruriginosa, la scart quasi subito perch le consorelle che si
occupavano dei malati durante il giorno, come da disposizioni del loro vescovo, alle dieci di sera si
ritiravano in convento. Ma chi metteva i cadeau floreali nella tasca del suo camice si tratteneva oltre
quell'orario.
Un'infermiera di notte.
Era la risposta, l'unica possibile. Ogni sera, le infermiere prendevano il posto delle monache
fino all'indomani mattina.
Il ventinovesimo giorno, Jacob appese il camice e si sistem su una delle poltrone in pelle della
saletta, con l'idea di passarvi la notte per sorprendere la ragazza dei fiori di carta  cos l'aveva
ribattezzata. Ma si addorment troppo presto.
Al mattino fu svegliato da un raggio ambrato che filtrava dalla finestra sui suoi occhi chiusi. Li
apr e vide che in grembo qualcuno gli aveva deposto il solito fiore  un'orchidea. Si stava per maledire
per essersi addormentato, quando la vide.
Era in piedi a pochi metri da lui, stretta in un cappotto scuro. Una crestina bianca da infermiera
sui capelli castani, raccolti in una crocchia sulla nuca. Le mani incrociate davanti a s.
Poverino, gli disse. Non ce l'hai proprio fatta a rimanere sveglio. Ma io so cosa passi qua
dentro.
Chi sei? riusc solo a chiedere Jacob, ancora stordito da ci che stava accadendo.
Anch'io mi sono chiesta a lungo chi fosse il giovane dottore che sfioravo tutte le sere, al mio
arrivo, e tutte le mattine, quando andavo via. Non te ne sei mai accorto, ma ci passiamo accanto
praticamente ogni giorno, sui gradini dell'ospedale, come fosse un appuntamento. Anzi, di pi: una
coincidenza programmata.
Jacob ebbe timore di domandare chi potesse programmare simili coincidenze e, non sapendo
cosa replicare, chiese: Perch tutto questo?
Cos ti ho costretto a pensare a me quando ancora non esistevo.
Jacob consider che, in effetti, aveva raggiunto lo scopo. Ho desiderato per molto tempo il tuo
nome, le confess. Non il tuo volto o il tuo aspetto, non m'importava. Volevo solo sapere che
esistevi veramente. Allora, vuoi dirmelo?
Lei sorrise. Anya Roumann.
Il fatto che si fosse attribuita da subito il suo cognome lo colp. Era come se volesse dirgli:
eccomi, sono io la donna della tua vita.
Una settimana dopo la ragazza dei fiori di carta divent sua moglie.
E adesso l'ho persa, pens Jacob Roumann, mentre si rigirava fra le dita una sgualcita orchidea
di carta. Disteso sulla branda nella fetida trincea, riusciva a immaginare il profumo di quel fiore. Era
proprio questo il merito di Anya. L'aver instillato nel cuore di un uomo razionale e distaccato il
presagio di un mondo parallelo, totalmente diverso, dove i fiori di carta hanno un odore e bastano le
parole di una poesia per far materializzare le cose. In fondo, all'inizio lui non ci credeva. Era stata lei a
insegnarglielo. E poi lui non era stato capace d'impedire che un altro uomo gliela portasse via. Era
capace solo di subire gli eventi. E Anya se n'era andata per sempre.
 tornata.
Il dottore non riconobbe subito la voce del sergente. Si volt, era alle sue spalle.
La staffetta  tornata, precis quello. Ha riferito che gli italiani pretendono nome e grado del
prigioniero, o non muoveranno un dito per salvarlo.
Jacob Roumann si sent in colpa. Il suo amico non era ancora salvo. Si chiese se fosse stato il
suo stupido egoismo  il voler conoscere a tutti i costi la fine della storia di Guzman  a determinare
quel cambiamento del destino. No, si disse. Come l'incontro con Anya, anche quello col prigioniero
poteva essere annoverato fra le coincidenze programmate della sua vita. Ma stavolta lui avrebbe
avuto un ruolo nel disegno del destino.
Il medico incalz il sergente: Perch lo venite a riferire proprio a me?
L'altro si vide costretto ad aggiungere, non senza imbarazzo: Mi ha mandato il maggiore. Ha
detto...
Immagino cosa ha detto, lo interruppe bruscamente Jacob Roumann. Ditegli che continuer
l'interrogatorio. Abbiamo gi perso troppo tempo. Poi guard l'orologio  erano passate da poco le
quattro.
Gli rimanevano appena due ore per convincere il prigioniero a farsi salvare la vita.
35
Lo trov che stava fumando. Sembrava tranquillo, non certo come uno che poche ore dopo
sarebbe stato fucilato. Jacob Roumann era sicuro che, in fondo, l'altro avesse uno scopo preciso in
mente. E tale considerazione lo riempiva di sollievo. Alla fine, mi dir come si chiama, si ripet. In
fondo, gliel'aveva promesso.
Il vostro maggiore  un tipo alquanto singolare, disse l'italiano.
 stato qui? Jacob Roumann era esterrefatto.
 andato via poco fa, conferm il prigioniero. Mi ha fatto un'offerta.
Ci stup ancor di pi il medico. Di che genere?
Ha detto che, se gli avessi rivelato chi sono, avrebbe salvato la vita anche ai soldati che sono
stati catturati insieme a me. Mi ha dato la sua parola.
 un'ottima cosa. Ma per quale motivo allora vi siete rifiutato? Perch Jacob Roumann era
sicuro che fosse andata cos.
Il prigioniero lo fiss dalla sua tana di ombra. Perch sono qui? Cosa credete che ci faccia
quass?
Per la prima volta, il dubbio s'insinu in Jacob Roumann.
Ci sono molte cose che non sapete, dottore. In primo luogo, il vostro tenente colonnello 
morto.
Morto? La notizia gli tolse il fiato.
 accaduto dopo che lo abbiamo catturato, era ferito gravemente. E il vostro maggiore lo sa da
un pezzo, aggiunse il prigioniero.
Quindi non sarebbe possibile alcuno scambio. La staffetta allora...
Era un bluff. Davvero non vi siete mai domandato come mai io e i miei uomini ci troviamo
qui? O perch ci hanno presi?
Che significa 'perch'? In pratica, il medico ammise di non averci pensato. So solo che
eravate in pattugliamento sul versante sud. Ci stavate spiando?
L'italiano sorrise. Sul serio non capite?
Jacob Roumann non era uno stratega, certe logiche militari non lo riguardavano. Ma si costrinse
a riflettere meglio sulla situazione. Alla fine, ci arriv. Vi siete fatti catturare di proposito.
L'italiano non conferm n sment.
Stavate saggiando le nostre difese.
Diverse pattuglie hanno messo alla prova altri lati del vostro fronte, ma solo noi siamo stati
catturati. Vuol dire che siete vulnerabili.
Presto il vostro esercito sar qui, stanno solo attendendo il momento buono, non  vero? Ma
perch lo venite a dire proprio a me? Non avete timore che lo riferisca al maggiore?
Il prigioniero tacque di nuovo.
Lo sa gi, concluse Jacob Roumann, sgomento. E il maggiore non ha intenzione
d'impedirlo?
Ragionate: pur volendo, come pu riuscirci? Siete soli quass: l'ultimo avamposto austriaco.
Avete perso il controllo delle cime, tranne il monte Fumo. Certo, siete meglio equipaggiati, ma inferiori
nel numero rispetto a noi.
E allora cosa cerca di fare il maggiore? Non capisco...
Quando accadr, sar importante farsi trovare pronti.
Jacob Roumann era sicuro quando afferm: Offrir agli italiani la vostra vita in cambio di un
salvacondotto per s. Ma per fare questo, ha bisogno di essere sicuro della vostra identit e del vostro
grado.
E io mi far fucilare per mandare a monte i suoi piani, rise il prigioniero.
In Jacob Roumann mont una strana collera. Non  vero. Voi state solo prendendo tempo,
perch sapete che fra poco i vostri attaccheranno e sarete salvi. Era furioso. Allora, la storia che mi
state raccontando  un diversivo! Vi prendete gioco di me!
Il prigioniero scosse il capo. Calmatevi, non verr nessuno a salvarci. L'attacco non 
imminente. Sospir. Io e i miei uomini siamo pedine sacrificabili. Credete che gli italiani non
sappiano come vanno le cose? I soldati vengono fucilati come spie, gli ufficiali diventano merce di
scambio e tornano a casa. Poi, con fermezza: Ma non stanotte, non qui, non io. Avevo gi deciso
quando ho accettato l'ordine di missione, quindi non sar colpa vostra.
Jacob Roumann comprese il disegno, la rabbia lasci il posto allo sconforto. Ma adesso le cose
sono cambiate. Se date al maggiore ci che richiede, potreste comunque salvare i vostri uomini.
Voi vi fidereste di un maggiore che tradisce i propri, di uomini?
Sul momento, il dottore non seppe cosa replicare. Poi l'espressione s'indur. Non posso
accettare che venga sprecata anche una sola vita,  il mio giuramento di medico. Questo lo capite,
vero?
Lo capisco.
Allora ascolter il resto della vostra storia e, alla fine, mi direte il vostro nome e il vostro
grado, come avete promesso fin dall'inizio. Perch, anche se non vi fidate del maggiore, io mi sono
fidato di voi. E aggiunse: Star a me, poi, decidere cosa farne. Vi sgraver la coscienza.
E la vostra coscienza chi la sgraver?
Jacob Roumann non rispose e cambi argomento. Guzman era tornato dall'Argentina appena
in tempo per il Gran ballo dell'Ambasciata di Spagna...
Il prigioniero si accese un'altra sigaretta.
36
Era una splendida serata di maggio. Parigi profumava. Il sole si ritirava dalle strade come una
marea. L'aria intorno all'Ambasciata di Spagna vibrava di allegria.
Davanti al palazzo, le carrozze in fila scaricavano gli invitati e subito ripartivano. Dalle grandi
finestre illuminate s'intravedevano le silhouette eleganti degli ospiti che affollavano il salone delle
feste. Le note dell'orchestra erano un'eco piacevole e ammaliante per la folla di esclusi radunata sul
marciapiede opposto. Tutti con lo sguardo puntato al primo piano e l'espressione ammirata. Erano
troppo intenti a fantasticare sull'esistenza dorata di quegli dei mortali, per dispiacersi di non farvi parte.
Guzman, come programmato, arriv verso le dieci, quando la festa era nel pieno. Apparve sulla
porta con un lucente frac. Quando lo videro, gli amici del circolo che l'avevano sfidato per deriderlo si
scambiarono uno sguardo divertito. Per cinque mesi si erano domandati che fine avesse fatto. La
risposta che si erano dati era stata che Guzman, incapace di tener fede a quella specie di scommessa,
avesse preferito non farsi pi vedere. Invece lo sfrontato era l, e nessuno voleva perdersi lo spettacolo
dell'umiliazione che sicuramente l'attendeva.
Guzman sorrise e li salut con un cenno del capo. Poi rivolse lo sguardo alla sala.
Com'era prevedibile, la regina della serata era la figlia dell'ambasciatore. La ragazza senza
nome che aveva scatenato le fantasie e i pettegolezzi dei parigini.
Indossava un abito azzurro e un diadema fra i capelli raccolti sulla nuca. Era bellissima.
Guzman rimase a osservarla. Stava accanto al padre mentre le sfilavano davanti innumerevoli
cavalieri che le chiedevano di danzare. Lei accettava educatamente  anche perch, per via del delicato
ruolo dell'ambasciatore, non poteva far torto a nessuno. Ma ogni volta che ballava con uno di loro,
sembrava anche un po' pi annoiata e infastidita. Lo si percepiva dai sorrisi tirati o dagli occhi che
vagavano disinteressati.
Di tanto in tanto, si rifugiava fra le due amiche che l'avevano seguita dalla Spagna e si
concedeva qualche chiacchiera divertita all'indirizzo di qualcosa che era accaduto o allo strano
comportamento di uno dei presenti.
In piedi, appoggiato alla parete, Guzman studi ogni suo gesto, ogni postura, cercando
d'interpretare le variazioni del suo umore. In attesa del momento giusto.
Lei non sembr notarlo in mezzo alla confusione. Inoltre, lui non era certamente il tipo che d
subito nell'occhio o che colpisce l'immaginario di una donna.
Gli amici, intanto, lo indicavano a distanza. Guzman non si accorgeva di nulla e loro non si
facevano pi scrupolo di ridere platealmente di lui, convinti che presto si sarebbe messo in ridicolo.
Come avesse ricevuto il via da un misterioso arbitro, finalmente Guzman si stacc dalla parete.
Con un semplice gesto, aveva fatto partire un oscuro e calcolato meccanismo  come in un domino, le
tessere cominciarono a scivolare l'una sull'altra, inesorabilmente. Mentre andava incontro alla
fanciulla, si volt un istante per incrociare gli sguardi dell'orchestra che a un cenno concordato avrebbe
fatto ci per cui era stata pagata. Avanzava con passo sicuro, consapevole gi di cosa avrebbe detto,
della prima parola che avrebbe pronunciato per quella donna che neanche conosceva.
E mentre procedeva verso di lei, passando in mezzo alla gente, ripeteva in mente quella parola.
Scandendone bene le lettere con la bocca, in silenzio. Come un segreto che era l, alla portata di tutti,
scritto sulle sue labbra  sarebbe bastato leggerlo. Ma non c'era nessuno che potesse farlo intorno a lui,
in quel momento.
La parola segreta  visibile e invisibile  era un nome. Il nome della bellissima ragazza  ne era
sicuro.
E, arrivato vicino a lei, lui l'avrebbe chiamata. E se lei si fosse voltata, se per un bizzarro gioco
del destino lei l'avesse fatto  be', lui allora avrebbe capito tutto  tutto in una sola volta  e avrebbe
saputo di averla trovata.
Le giunse accanto.
Isabel...
Ancora una volta.
Isabel.
E lei si volt.
Nel salone cal uno sbigottito silenzio. Nessuno rideva. L'orchestra si ferm. Improvvisamente,
tutti guardavano dalla loro parte.
Come sapete il mio nome?
Non poteva che essere questo, tagli corto Guzman. Poi, senza aggiungere altre spiegazioni:
Ballate, Isabel?
Ma l'orchestra non sta suonando.
Aveva appena finito di pronunciare la frase, e l'orchestra attacc.
A Parigi era il 26 maggio del 1900, le undici ventun minuti e quaranta secondi della sera. A
diecimila chilometri da quell'istante un uomo di nome Martin moriva schiacciato dal peso di una barra
d'acciaio nelle fonderie di Cleveland. In quello stesso istante, un anno prima, una sconosciuta aveva
partorito un bambino sull'altare maggiore di Notre Dame. A otto ore esatte da quell'istante sarebbe
iniziato un evento che gli uomini non avrebbero mai pi dimenticato  l'ultima eclissi di Gerusalemme.
Eppure, in quell'istante, l'orchestra cominci a suonare una musica senza nome. Una musica
che nessuno poteva conoscere, perch sarebbe arrivata in Europa solo anni pi tardi. Una musica che
molti nella sala avevano sentito soltanto menzionare  dal Ro de la Plata era giunta ai bassifondi di
Buenos Aires, dove i bianchi si mischiavano coi neri dando vita a una danza sensuale come una
preghiera proibita e maledetta come una febbre.
L'orchestra inton un tango.
Isabel osserv per un attimo la mano tesa di Guzman. Lei, spagnola, non era imbarazzata da
quella melodia. Anzi, in qualche modo sembrava ricordarle qualcosa della sua terra  il sole che
abbaglia, il flamenco, le notti di calura. Forse per questo accett l'invito.
Nonostante fosse pi basso di lei di quasi una spanna, e a dispetto del fisico sgraziato, Guzman
la guid con maestria. In realt, la lezione era che non c'erano passi da seguire. Si trattava di un ballo
libero e, a differenza di quelli classici, in questo i corpi si toccavano lo stretto necessario. Nondimeno
sembrava di assistere lo stesso a una specie d'incontro carnale. Bastava la musica unita alla passione
degli sguardi a creare l'illusione.
L'orchestra eseguiva il tango servendosi di strumenti tradizionali  nessuno si sarebbe azzardato
a portare un Bandonen al Gran ballo di un'ambasciata! Poteva sembrare uno strano valzer, ma il ritmo
non era dato dalla melodia, bens da una vena di misteriose percussioni che scorreva in profondit.
Nessuno avrebbe potuto eccepire alcunch su quella musica senza offendere la reputazione
dell'ambasciatore. Ma tutti riconobbero uno spirito peccaminoso.
Isabel sembrava finalmente divertirsi fra le braccia di Guzman. Perch lui aveva colto ci che
gli altri nemmeno sospettavano. E cio che la figlia di un ambasciatore  lontana da casa, dai posti a lei
pi familiari, costretta a trattenere l'estro dei vent'anni nelle regole dell'etichetta diplomatica  non
vedeva l'ora di trasgredire a qualcosa.
Danzare su quelle note con lo strano eppure intrigante sconosciuto che odorava di tabacco e che
ufficialmente le aveva rubato il nome le offriva l'occasione di fuggire lontano da quel mondo formale,
pur rimanendo esattamente dove si trovava.
Mi dite come vi chiamate, o anch'io devo indovinarlo?
Le mostr il suo sorriso beato. Guzman.
37
Il prigioniero spense ci che rimaneva della sigaretta. Inutile dirvi che lo scandalo scoppi con
tutta calma nei giorni che seguirono. Inizi come una voce, un pettegolezzo, e presto divent
argomento di vibrante discussione  addirittura un tango! tuonarono i moralisti, i benpensanti e perfino
un ministro. Parigi era una citt libera, anzi, l'emblema della libert. Ma purch tutto rimanesse
confinato nei cabaret, nei circoli privati o nell'eccentrico mondo degli artisti. Portare una simile
provocazione in un ambiente istituzionale equivaleva a scatenare una guerra.
E allora che accadde? domand Jacob Roumann, ansioso.
Nulla.
Sembrava deluso. Come nulla?
Dopo quell'esibizione, l'orchestra che aveva suonato il tango si sciolse. Solo pi tardi
qualcuno afferm di aver avvistato alcuni dei membri mentre suonavano in fumosi locali che
animavano le notti parigine.
Come a dire che erano stati ingaggiati apposta solo per la sera del Gran ballo, spacciati per
musicisti rispettabili.
S, ma l'indiscrezione non fu mai confermata, liquid subito, ammiccante, l'italiano.
Jacob Roumann sorrise, complice. Ma era interessato ad altro. Come fece Guzman a
indovinare il nome della ragazza?
Questo nessuno l'ha mai saputo. Il prigioniero sollev le mani, come per scusarsi. Guzman
non l'ha mai raccontato. Penso che non volesse svelarci il trucco di quella specie di magia. Avrebbe
tolto gusto alla storia.
E dopo quella sera, Guzman riusc a farsi amare dalla ragazza?
Lui e Isabel furono subito felici, ammise il prigioniero per accontentarlo. Si amavano, ma
non se l'erano mai detto. Lo sapevano e basta. Lei aveva cominciato a seguirlo nei suoi stranissimi
viaggi, alla ricerca di incredibili montagne. Lass, lui la osservava, insieme a tutto il resto. E quel
'insieme' gli sembrava esatto.
Le chiese mai di sposarlo? Certo che no, si rispose da solo il medico. Con il suo aspetto,
Guzman non poteva certo ambire a tanto.
Cosa vi fa essere cos sicuro? Sul Kilimangiaro, Guzman le porse un piccolo scrigno.
Un anello?
Di pi... Una pipa.
Una pipa?
Per l'esattezza, disse che era una pipa di fidanzamento.
Jacob Roumann era incredulo. Adesso, per, mi prendete in giro.
No di certo. Le disse: prendi il tabacco, accendilo. Fino a scambiarti con lui il respiro...
Fino a scambiarti con lui il respiro, ripet il dottore a mezza voce, affascinato dalle parole.
Risero.
Ma poi Jacob Roumann torn improvvisamente serio, come chi ha intuito qualcosa  un
temporale in avvicinamento in una bella giornata di primavera. Non  solo questo. C' di pi, non 
vero?
Il prigioniero trasse un profondo respiro, che aveva il suono di una conferma. Nonostante il
fidanzamento, Guzman e Isabel non si sposarono mai.
E perch?
Ricordate le tre domande? Quelle con cui  iniziata questa storia? Le ricordate bene?
Chi  Guzman? Chi siete voi? E chi era l'uomo che fumava sul Titanic? ripet diligentemente
Jacob Roumann.
Ora possiamo rispondere alla prima, non vi pare?... Guzman  il fumo che condisce le storie, le
montagne fra cui cercare quella a cui assegnare un nome, il sigaro d'argento di un capitano portoghese
da accendere prima di morire, e Isabel. La voce del prigioniero si fece pi scura, quasi un sussurro.
Ma chi era l'uomo che fumava sul Titanic? E cosa c'entra lui con me, e con Guzman, e con Isabel?
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Tra le tante storie che si raccontano sulle ultime ore del grande transatlantico, vi  quella di un
uomo che, mentre tutto si inabissava, invece di tentare di salvarsi come gli altri, scese nella sua cabina
di prima classe, indoss uno smoking, poi torn sul ponte e, imperturbabile, cominci a fumare.
Chi era quell'uomo che, apparentemente, viaggiava da solo?
La storia cominci a circolare solo dopo qualche tempo. In principio sembrava uno degli
innumerevoli racconti sui fantasmi del Titanic che piacevano tanto alla gente. Non si capiva se il
protagonista era realmente esistito oppure fosse tutta una leggenda.
Un giorno  chiss come e perch , qualcuno inizi a fare delle domande. Mettendo insieme le
descrizioni e chiedendo ai superstiti di quella notte, venne fuori un nome.
Otto Feerstein, un commerciante di tessuti in viaggio per affari.
Ebbene: dalla lista dei passeggeri del Titanic risult che, effettivamente, a bordo c'era un Otto
Feerstein. E, alla fine, tutti furono concordi nel sostenere che fosse proprio lui il misterioso uomo che
fumava sul ponte.
Cos cominciarono a spuntare particolari sempre nuovi. Qualcuno ricord di averlo incontrato a
cena o di aver intrattenuto con lui un'interessante conversazione sulla congiuntura favorevole al
mercato dei tessuti.
D'un tratto, Otto Feerstein si era trasformato da figura misteriosa nell'uomo pi popolare della
nave. All'improvviso tutti lo conoscevano.
Ma quando si decise di approfondire la faccenda, andando a cercare la famiglia del
commerciante che viveva a Dresda, venne fuori una verit diversa, difficile da spiegare, o anche da
accettare.
Otto Feerstein, in realt, non era mai salito a bordo del transatlantico. Semplicemente perch,
due giorni prima che il Titanic salpasse, era morto di peritonite.
Chi era allora l'uomo che viaggiava da solo e che, probabilmente, si era spacciato per il
commerciante di tessuti?
E che fine ha fatto?  davvero morto? Perch sappiamo anche che la notte del naufragio  stata
l'ultima volta in cui qualcuno lo vide. Nessuno ricordava di averlo notato anche dopo  nella calca o in
acqua, mentre piangeva, pregava o chiedeva aiuto.
Nessuno.
39
Nello sguardo di Jacob Roumann aleggiava un interrogativo. Il Titanic...  accaduto stanotte,
vero? Quattro anni fa. A qualche ora dalla fine del mio compleanno  adesso me lo ricordo.
Il prigioniero annu.
La notizia, per, ci mise un po' a diffondersi e arriv a Vienna solo tre giorni dopo. Avevo
rimosso la data precisa perch collegavo il naufragio al momento in cui avevo appreso della tragedia
dal giornale. Poi fiss l'italiano. Stava per fargli una domanda di cui sospettava gi la risposta.  una
strana coincidenza, non trovate?
Il prigioniero lo ferm. Prima di arrischiarvi in questo ragionamento, vi prego, lasciatemi
finire la storia.
In verit, non sono poi cos sicuro di voler conoscere la fine... Ho paura che il resto non sar
piacevole. Mi sbaglio?
Il prigioniero attese qualche secondo. Mi dareste ancora da fumare?
Jacob Roumann aveva il presentimento di essere caduto in balia dell'italiano, e ci non gli
piaceva. In lui cresceva la sensazione di essere diventato la pedina inconsapevole di un piano ben
congegnato. La storia che il prigioniero gli stava propinando serviva a fargli abbassare le difese e a
renderlo malleabile? Ormai non aveva scelta, doveva seguire il flusso e vedere dove l'avrebbe
condotto. Inizi a preparare le sigarette con le ultime cartine. Fra poco il tabacco finir e spunter il
sole, dobbiamo sbrigarci.
Sono d'accordo, disse l'italiano. E prosegu: Guzman e Isabel stavano insieme da otto anni.
Anche se, come ho detto, non si erano mai sposati. Lei avrebbe voluto, ma lui  memore di ci che era
accaduto ai genitori  rimandava. Isabel per amore era diventata una tabagista. Guzman creava solo per
lei nuove miscele di tabacco. Erano in simbiosi perfetta di gusto e di piacere, e ci gli bastava.
Jacob Roumann aveva capito che si trattava solo di una premessa, per addolcire un po' la
cronaca di ci che era avvenuto dopo. Quando accadde?
Il prigioniero s'incup. Nel 1908, al ritorno nella citt che li aveva fatti incontrare.
40
Il principe italiano si chiamava Davide, ma a Parigi tutti lo conoscevano come Dav. Il
collezionista.
Dav vedeva le persone come passatempi. E lui ci giocava, con le persone. Ogni tanto ne
sceglieva una nuova, e ci giocava. E il prescelto non aveva nessuna possibilit di sfuggirgli, almeno
finch il gioco sarebbe durato.
Per esempio, in un certo periodo intrattenne relazioni amorose con due donne sposate,
all'insaputa l'una dell'altra. Stufo di doversi dividere e di assecondarne le pressanti richieste, non solo
escogit un modo per sbarazzarsi di entrambe, ma anche per trarvi divertimento. Fece credere ai
rispettivi mariti che la moglie dell'uno fosse l'amante dell'altro. I due si sfidarono in un duello alla
pistola in un bosco alla periferia nord di Parigi. I padrini avevano appena finito di accordarsi, e si scopr
che le armi erano sparite. Siccome nessuno dei contendenti voleva ritirarsi per primo  per non passare
per il codardo che approfittava della situazione , combatterono a mani nude. Ovviamente, nessuno dei
due riusc a uccidere l'altro. Stremati dalla fatica, desistettero e decisero di rivalersi sulle rispettive
mogli, che da allora divennero incredibilmente fedeli.
Dav era figlio unico di un nobile fiorentino che l'aveva avuto in tarda et. Si malignava che il
padre pur di assicurarsi un erede avesse ingravidato una serva, o che la serva avesse sedotto il padrone
per farsi mettere incinta. Dav non faceva nulla per smentire tali voci. Anzi, le alimentava e ci provava
gusto. Sono il frutto di un tranello, diceva di s. O forse il risultato della buona azione di una brava
donna nei confronti di un vecchio gi pronto per l'inferno.
Dav non aveva mai combinato nulla nei suoi trent'anni e poco pi di vita. L'unico motivo di
preoccupazione era come sperperare l'ingente eredit paterna. Un modo era scovare a Montmartre
pittori o scultori, poeti e romanzieri da finanziare. Possedeva un gran fiuto  gli bastava leggere in un
trafiletto di giornale una critica positiva o sentire ripetere pi d'una volta il nome di uno di quegli artisti
squattrinati nell'ambiente signorile. Appena aveva l'intuizione che in uno di loro potesse nascondersi
un genio, si presentava da lui e gli proponeva un'indecente somma di danaro perch non producesse
pi le proprie opere.
Sono un mecenate! affermava, spavaldo. Io salvo il mondo dalla bugia dell'arte!
Dav poteva fare affidamento su un fascino selvatico che si accompagnava a un innato
magnetismo. Aveva l'abilit di conquistarsi il favore delle donne. Gli altri uomini non entravano in
competizione con lui, anzi, facevano a gara per accattivarsi la sua amicizia. Ma il talento principale di
Dav era riuscire a farsi perdonare qualunque eccesso.
Ai parigini piaceva l'aria da guascone del principe italiano. Era un aristocratico ma anche un
rivoluzionario  e si sa, i francesi hanno un debole per le rivoluzioni. Lo spirito contraddittorio era la
ragione del suo successo.
Frequentava con la stessa sfacciata tranquillit l'lite e i bassifondi. Con lui, tutto finiva
irrimediabilmente in una rissa o in uno scandalo. Le sue gesta producevano clamore. Non si
accontentava di essere una moda passeggera, la momentanea distrazione di ricchi tediati dalla loro
stessa ricchezza. Una volta, per scioccarli, si present all'Opra con una bellissima donna gitana che
indossava il suo costume tradizionale.
Dav desiderava.
Collezionava persone. O parti di loro. Sentimenti, questo voleva. Li scatenava negli altri. E poi
se ne appropriava. E cos la loro collera diventava la sua collera. Il loro affetto, il suo affetto. Il loro
stupore, la sua forza. Come fossero cose, non esseri umani.
Ma, nel 1908, Dav trov un nuovo oggetto da desiderare.
Un oggetto dal nome di donna.
La donna pi bella che Guzman avesse mai visto.
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Dav conosceva Guzman da molti anni. Si erano incontrati per la prima volta a Capri, nella villa
di un comune amico  un nobile napoletano con la passione per i cavalli.
Una sera, dopo cena, Guzman delizi gli ospiti con una storia su un vulcano sottomarino che si
troverebbe nel centro del Mediterraneo e che, una volta ogni cento anni, erutta facendo affiorare
un'isoletta che rimane in superficie per qualche mese, prima di sprofondare nuovamente a causa di
violenti terremoti.
In passato, i naviganti che l'avvistavano pensavano si trattasse del purgatorio, afferm
Guzman, avvolto dal fumo di un magnifico puro cubano che lo faceva somigliare a uno spirito in
pena.
Dav prov subito un grande affetto per quell'uomo che, a differenza di quelli che lo
circondavano, non si affannava per cercare il consenso ipocrita degli altri. Guzman provava piacere
nell'essere piacevole. Per questo Dav lo elesse come suo unico amico.
Compirono insieme alcuni viaggi in cerca di montagne esotiche e sconosciute, durante i quali
Dav si comportava come un discepolo, mettendo da parte gli eccessi e il carattere esuberante, e
diventando incredibilmente docile e disponibile ad apprendere.
Poi, per un lungo periodo, le loro strade si separarono. Ma quando Guzman fece ritorno a Parigi
insieme a Isabel, nel 1908, Dav era in citt da qualche mese e aveva gi avuto modo di crearsi una
pessima fama.
Concordarono un incontro per rivangare i vecchi tempi.
Dav aveva sentito che l'amico aveva un amore e alcuni gli avevano raccontato la storia del
Gran ballo dell'Ambasciata di Spagna di otto anni prima. Ma non aveva mai visto Isabel.
Quando Guzman gliela present, non riusc ad aprire bocca. Si rese conto che, se rimaneva
ancora un po' in silenzio, avrebbe fatto certamente la figura dello stupido. Ma non gli era mai capitato
d'essere spiazzato. Proprio lui che era abituato a provocare quell'effetto negli altri.
Isabel era una magnifica ribelle, una fiera che non si lasciava domare, senza padroni e, proprio
per questo, bisognava costantemente conquistare le sue attenzioni.
Era di spirito, oltre che attraente. Aveva la battuta pronta e molta iniziativa. Era curiosa e
imprevedibile, non c'era nulla che la scoraggiasse. Il suo sorriso spuntava all'improvviso, come il sole
che non ti aspetti in una giornata di pioggia. Era spontanea laddove le altre donne avrebbero ragionato
accuratamente  come togliersi le scarpe per arrampicarsi su uno spuntone di roccia su cui ha avvistato
dei fiori di rododendro, o decidere di mettersi a dipingere, o fumare in pubblico.
Quella donna, magnifica presenza, quell'angelo con quel... coso, pensava Dav. Quell'uomo
dalle mani gialle, con l'alito pesante, simpatico s, buon parlatore, ma orrendo!
Per quanto volesse bene a Guzman, era incapace di trattenere il disprezzo. La verit, per, era
un'altra. Dav cercava di mascherare a se stesso il fatto che si era innamorato immediatamente di
Isabel.
Pi che un'ingiustizia per gli occhi, la coppia era un affronto a sentimenti che non aveva mai
provato. Ci che nutriva per lei lo stava annientando. L'odio per Guzman gli sembrava il solo modo per
non farsi soverchiare  come un animale in gabbia che non si rassegna ad aver perso la libert e, perci,
continua a dibattersi, anche se in fondo sa che  inutile.
Inizi a frequentare la coppia con costanza. Li si vedeva sempre in tre  all'opera, a cena nei
bistrot, a teatro o nei musei. Dav non riusciva a fare a meno di stare vicino a Isabel, ma per questo
doveva sopportare la vista di lei insieme a Guzman. Era lacerante.
Dopo qualche tempo, cap che doveva fare qualcosa. Perch andare avanti cos non era pi
possibile.
Cominci a mandarle dei segnali. Dapprima discreti  piccole galanterie per saggiare il terreno.
Poi sempre pi chiari  il dono di un quadro che lei aveva notato in una galleria, uno sguardo
prolungato, l'accidentale sfiorarsi delle mani.
Lei non coglieva quei richiami, o fingeva di non coglierli, ma per Dav non faceva differenza.
Perch pi era costretto a insistere, pi aumentava la sua determinazione. Isabel non dava l'impressione
che le sue attenzioni la infastidissero, e per lui era gi un segno.
Ma poi Isabel, in sua presenza, si gettava fra le braccia di Guzman e lo colmava d'affetto, come
una ragazzina innamorata. E allora Dav provava la brusca sensazione di essere di troppo e di aver
sperato inutilmente.
Le accortezze si rivelavano inefficaci. I messaggi che le mandava, sperando che si creasse un
codice soltanto per loro, erano inutili richiami al vento. Doveva escogitare qualcos'altro. Aveva
bisogno di capire quale fosse il punto debole del legame con Guzman. Non li vedeva mai discutere o
litigare, erano in sintonia su tutto.
Ma poi accadde.
Durante una gita sulle Alpi svizzere. Erano in un rifugio, cercando riparo da un brutto
temporale, lieti di potersi rintanare accanto a un fuoco, a ridere e a bere e a fumare. Era uno dei pochi
momenti di serenit in cui Dav si accontentava di starle vicino e riusciva a godersi la compagnia di
Guzman senza invidia, come un tempo.
La porta della baita si spalanc ed entrarono in quattro, una coppia e due bambini. Il chiasso
festoso che facevano attir la loro attenzione. Per lui e Guzman fu un attimo e poi ripresero a
chiacchierare. Invece Isabel indugi sul quadretto familiare. E Dav colse un'ombra di tristezza nel suo
sguardo.
Ecco che cosa voleva Isabel e non poteva avere.
E in quel momento, Dav fu sicuro di aver scovato un modo per separarli.
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Si rec da uno dei pittori che foraggiava perch restasse inerte  in quel frangente, Dav si sent
stupido per aver escogitato un'impresa del genere , e gli commission un ritratto.
Fu molto preciso nelle indicazioni. Voleva il volto di un bambino  tenero, dallo sguardo
limpido. Soprattutto, pretese che somigliasse a Isabel.
Non dovr trattarsi di qualcosa di smaccato. Voglio una vicinanza che solo una madre riesca a
percepire. Come un richiamo del sangue.
Quando l'opera fu terminata, Dav la port da Guzman e gliene fece dono. La stavano appunto
ammirando nel salone quando Isabel entr con il t.
Impieg qualche secondo ad accorgersi del quadro. Ma quando accadde, si concesse una lunga
occhiata silenziosa, occhi negli occhi, con quel bambino.
Dav era soddisfatto, si erano riconosciuti.
Guzman non not il turbamento nell'espressione dell'amata. E non diede peso al fatto che,
depositato il vassoio, Isabel si conged senza una parola  ma a Dav parve pi una fuga precipitosa.
Al termine del pomeriggio, se ne and soddisfatto. Aveva piazzato una presenza fra loro. Era
riuscito ad alimentare la paura di Isabel  non riuscire a essere madre. Da quel momento in poi, il
ritratto del bambino l'avrebbe tormentata, ma lei non sarebbe riuscita lo stesso a disfarsene  ne era
sicuro , cos come non ci si pu sbarazzare di un figlio.
Nei giorni che seguirono, la vide inquieta. Il sorriso era forzato, la mente spesso rapita da
qualcos'altro.
Dav cominci a coprirla di piccole attenzioni. Voleva che avvertisse la sua presenza, ma anche
il fatto che lui aveva capito che le stava accadendo qualcosa. Isabel aveva bisogno di un conforto
estraneo, proprio perch la ragione della sua tristezza risiedeva nell'unione con Guzman. Tanto
comunque lui non si rendeva conto di nulla, era troppo ingenuo o forse poco esperto in fatto di donne.
Dav invece sapeva bene ci che stava accadendo: Isabel lo stava facendo entrare in segreto in una
parte profonda di s. La chiave per accedervi era la giustificazione che usano tutti, uomini e donne.
Cio, che non c' niente di male.
Se le faccio credere che non  peccato, n un reato accettare la cura di qualcuno, allora sar
fatta, si ripeteva Dav.
Sapeva che era solo questione di tempo. Che, prima o poi, il desiderio irrealizzabile avrebbe
eroso dall'interno il rapporto tra Isabel e Guzman, come un nido di termiti.
Ma non fu il tempo l'artefice. N furono il nuovo bisogno di Isabel o le premure di Dav a
cambiare per sempre tutto quanto.
Ci pens Guzman  improvvisamente, inaspettatamente.
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Ci sono giorni in cui, al mattino, la nebbia copre tutto. Appare, e tutto torna a non esistere, o va
alla deriva, disperso. Tutto.
La nebbia sopra alle cose. Dentro la nebbia la vita riposa.
C'era una coltre bianchissima il giorno in cui Guzman decise di partire. Senza preavviso e senza
Isabel. Ed era la prima volta, da quando si erano incontrati, che si separavano per pi di qualche ora.
C'era la nebbia in quel mattino, e una pioggerellina sottile, quasi invisibile.
Guzman svegli Isabel con un bacio sulla fronte, leggero. Le prese la mano e le disse che
sarebbe stato via solo una settimana. Lei gli sorrise a stento, lo accarezz e non gli chiese nulla. Ma
not subito i suoi occhi insinceri.
Poi si avvicin alla finestra, perch voleva salutarlo ancora, mentre andava. Finch la nebbia
non l'avesse ingoiato.
Cos, l'uomo del fumo spar  mentre il mondo, intorno, fumava.
La cappa lattiginosa rimase per l'intera settimana, al termine della quale Guzman non fece
ritorno, contrariamente a quanto aveva promesso.
Al suo posto arriv un biglietto. Era per Dav. C'era scritta solo una parola.
Una parola sola.
Dav non disse nulla a Isabel. Ma il mattino dopo lei guard fuori dalla finestra. La nebbia era
passata.
Allora cap che Guzman non sarebbe tornato.
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Come suo padre, disse Jacob Roumann, anche Guzman ha abbandonato la donna che
amava.
Solo che, a differenza della madre di Guzman, Isabel non decise d'inseguire il proprio uomo
per mezza Europa.
Non si rividero mai pi?  questo che state cercando di dirmi?
Mai pi, conferm il prigioniero.
E a Jacob Roumann quel destino sembr infinitamente triste, come se l'avesse subito lui stesso.
Poi riflett. In effetti, era cos. Anche lui era stato abbandonato dalla moglie. Fino a qualche tempo
prima, erano solo la guerra o la possibilit che lui morisse al fronte a separarli. Ma da quando aveva
scoperto che Anya amava un altro, era cambiata la prospettiva. Non era pi tanto sicuro che si
sarebbero riparlati. Non ci aveva pensato fino a quel momento. In fondo, che motivo avevano? Le cose
che erano state dette bastavano a definire per sempre la faccenda.
Pi che essere stato abbandonato, era il fatto che non l'avrebbe mai rivista a fargli male.
Non riesco ad accettare che certe cose siano definitive, confid il dottore. Non saprei,  pi
forte di me. Spero sempre ci sia un'appendice, del tempo per rimediare o cambiare.
Il prigioniero tir l'ultima boccata alla sigaretta. Anche quando ci sembra che siano terminate,
le storie continuano in segreto. Magari a nostra insaputa. Scorrono come fiumi sotterranei. Poi,
all'improvviso, riaffiorano in superficie nella nostra vita.
Allora non  cos che finisce la storia di Guzman?
C' ancora una piccola parte da raccontare.
Jacob Roumann guard l'ora. S, ma dobbiamo sbrigarci.
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Non una parola. In tre anni, Dav non disse neanche un parola sul biglietto che Guzman gli
aveva mandato dopo essere sparito. E Isabel, nei tre anni che seguirono, non gli chiese nulla.
Allora Dav  il collezionista  cominci a collezionare Isabel. Un giorno un pensiero, un
giorno un ricordo. Le sue mani. Il suo sorriso. Un po' alla volta, senza fretta.
In certi momenti, aveva l'impressione che Guzman li osservasse a distanza, di nascosto. Ma non
ne ebbe mai la prova.
Era il dicembre del 1911 quando Isabel decise di partire per l'America. Dav l'aveva
incoraggiata ad andare. Per una nuova vita, aveva detto. Lui l'avrebbe raggiunta dopo, forse ad
aprile. E in quella nuova terra  lontano  le avrebbe chiesto di sposarlo.
La sera prima di partire, Isabel, nel buio silenzioso di un'enorme casa, si present allo sguardo
di Dav vestita solo di se stessa. Gli disse di s tre volte prima di baciarlo  s per il presente, s per il
futuro, s per il silenzio sul passato.
Poi, gli fece una domanda.
Dav aveva capito, c'era solo una cosa che non avrebbe mai potuto avere da Isabel. E non era il
suo amore. Lo aveva gi. Era il suo dolore. E non sarebbero bastati quattro mesi di lontananza.
Lui lo cap allora, dopo quella domanda  banale, normale.
Dav, cosa c' sul biglietto?
Un nome.
Che nome?
Quello che Guzman aveva scelto per una montagna senza nome, se mai l'avesse trovata.
Qual  il nome?
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Isabel, disse Jacob Roumann.
E il prigioniero annu. L'aspetto singolare della vicenda  che per Guzman la difficolt non
risiedesse nel fatto di trovare una montagna a cui dare un nome, bens nel trovare il nome giusto da
dare a una montagna.
E Isabel part per l'America?
Con una nave da Le Havre, il 31 dicembre del 1911.
E quattro mesi dopo, Dav per raggiungerla s'imbarc sul Titanic, vero?
Il prigioniero disse solamente: S.
Rimasero in silenzio per un po', perch i pensieri in quel momento non avevano bisogno di
parole.
Fu ancora Jacob Roumann a spezzare l'attesa. Avevate considerato ogni cosa fin dall'inizio.
Ieri era il 14 aprile, oggi  il 15, questa  la notte del quarto anniversario del naufragio. Mi avete
raccontato la vostra storia solo perch vi ho detto che era il mio compleanno. Altrimenti avreste taciuto
anche con me.
Mi  sembrata un'allettante coincidenza, non vi pare?
E avete scelto questo posto, il monte Fumo, per venire a morire... Tutto combacia, come in una
storia perfetta.
Ma non esistono storie perfette, e di solito in guerra non si possono fare scelte, afferm
tranquillamente il prigioniero. Poi si sporse in avanti, in modo che Jacob Roumann potesse guardarlo in
volto. Ho collezionato pi vite io di quante voi possiate immaginarne. E adesso, perdere la mia,
scegliendo di morire in mezzo a tutta questa morte, era un'ironia che non potevo sprecare.
Allora  deciso, vi farete fucilare. Jacob Roumann non lo domand, lo disse. Era deluso e
arrabbiato. A che scopo allora la storia che mi avete raccontato?
Io sono l'ultimo aedo! ironizz, puntando un dito al cielo.
Per finora non mi avete detto come avete conosciuto Guzman... Lasci che l'allusione
aleggiasse fra loro.
Il prigioniero sbuff un lieve sorriso e resse lo sguardo del medico. Poi s'infil una mano in
tasca. Adesso ci serve del fumo lento. Prese un sigaro che teneva da parte. No, non  quello di
Rabes, non  avvolto in carta d'argento, afferm allegramente. Ma quass fa lo stesso. Lo spezz e
ne porse una met a Jacob Roumann.
Il medico tentenn davanti all'offerta.
L'italiano si fece serio. Siete l'unico amico che mi resta, dottore. Non fatemi questo, vi
prego.
Jacob Roumann accett. Il prigioniero, con una serie di gesti  precisi, eleganti, poetici , si
prepar a fumare. Umett le labbra, accord le dita intorno al sigaro. Quindi sfreg l'ultimo fiammifero
sulla roccia. Lo condusse, al riparo delle mani, fino alla punta nuda. Aspir voluttuosamente la piccola
fiamma attraverso il tabacco. Poi lo cedette a Jacob Roumann. In un tempo remoto e ancestrale, gli
uomini per dimostrarsi amicizia si scambiavano il fuoco.
Il medico ripet pedissequamente i gesti del piacere. La guerra, in quel momento, pareva
lontanissima. E due uomini che avrebbero dovuto essere nemici sembravano invece conoscersi da
un'eternit.
Cosa volete esattamente da me? Perch ho compreso che fin dall'inizio voi avevate un
piano...
Erano giunti al fulcro della questione. C'era stato un disegno e adesso anche Jacob Roumann
sarebbe stato chiamato a farne parte.
Siete pronto a diventare un nuovo protagonista di questa storia? chiese l'italiano. E gli mostr
una cosa che teneva nascosta in una tasca interna della giubba.
Una lettera.
 per Isabel?
Gliela farete avere, vero? Altrimenti questi mesi di ferocia, e la mia vita stessa, e forse anche
la mia morte, non avranno senso.
Jacob Roumann prese la busta dalle mani dell'italiano. La osserv. La carta era ingiallita,
doveva essere stata scritta tempo prima. Se sopravvivr, andr in America e trover Isabel. Avete la
mia parola.
Non l'ho firmata, per cui  inutile che cerchiate il mio nome l sopra.
Perci non terrete fede alla promessa, non mi direte come vi chiamate...
Il prigioniero sorrise. Voi lo sapete gi, dottore.
La tenda che copriva l'ingresso della grotta si apr. Erano venuti a prendere il prigioniero. Il
sergente guard Jacob Roumann per conoscere il responso. Il dottore scosse il capo, poi lo abbass.
Il tabacco  finito, disse l'italiano mentre si rimetteva in piedi.  ora di andare.
Jacob Roumann prese l'agenda dalla copertina nera e cerc il fiore di carta fra le pagine. Poi,
con una graffetta, appunt l'orchidea sulla giubba del prigioniero. Al posto dei gradi, disse.
L'italiano gli tese la mano. Nel breve tempo di quella stretta, si guardarono negli occhi. Era
trascorsa soltanto una notte, ma sembrava una vita intera.
Addio, dottore.
Addio, Dav.
47
Il 6 maggio del 1937, New York stava col naso all'ins. Era un gioved e tutti aspettavano il
passaggio del grande dirigibile, annunciato per il pomeriggio.
Jacob Roumann era il solo che guardasse in basso, verso l'indirizzo sul biglietto che aveva in
mano. L'Hindenburg era partito da Francoforte settantadue ore prima, lui invece era arrivato dopo aver
viaggiato per una settimana in nave. Ma era in citt da cinque giorni ormai.
Aveva chiesto al tassista di scaricarlo a un paio di isolati dalla destinazione, perch voleva
proseguire a piedi. Aveva avuto a disposizione ventun anni per pensarci, eppure adesso sentiva ancora
il bisogno di schiarirsi le idee. Erano appena le otto e trenta del mattino ma faceva gi caldo. Si tolse
giacca e cappello, si pass una mano fra i capelli biondi che stavano ingrigendo in fretta, e
s'incammin lungo Madison Avenue.
Era giunto fin l dopo un lungo viaggio, anche nel tempo. Cosa l'aveva spinto? In fondo non
sapeva se la storia che gli aveva raccontato Dav  e che il prigioniero attribuiva a Guzman  fosse vera
o falsa. Madame Li, Dardamel, Rabes, Eva Mlnar, Guzman stesso  potevano non essere mai esistiti,
e Jacob Roumann non avrebbe mai potuto appurarlo. Cos come le montagne cantanti della Cina, la
pioggia di sapone di Marsiglia e il tango sacrilego suonato all'Ambasciata di Spagna da un'orchestra
poi svanita nel nulla.
Per quanto ne sapeva, poteva essere l'estremo, funambolico inganno di un principe italiano noto
per le sue imprese burlesche. E lui la sua ultima, inconsapevole, sciocca vittima.
Solo un fatto era riuscito ad appurare con certezza in tutti quegli anni.
Otto Feerstein era esistito veramente. E risultava sulla lista dei passeggeri del Titanic, anche se
non si era mai imbarcato per via di una fatale peritonite a due giorni dalla partenza. Ed era riferita a lui
la famosa leggenda dell'uomo che fumava sul ponte mentre la nave affondava.
Jacob Roumann si ferm al centro del marciapiede di Madison Avenue per tergersi la fronte
sudata con il fazzoletto. Ci sono quasi, si disse.
Appena messo piede a New York, aveva chiamato il numero di telefono scovato grazie al
centralino. Gli aveva risposto una domestica e lui si era premurato di dirle il proprio nome,
aggiungendo soltanto: Sono un amico di Guzman. La donna gli aveva assicurato che avrebbe riferito
il messaggio ai padroni di casa. Jacob Roumann si aspettava di poter parlare subito con la persona
interessata, ma si era accontentato di comunicare il recapito del piccolo albergo dove soggiornava, a
Brooklyn.
Aveva aspettato cinque giorni che lo ricontattassero, senza muoversi dalla stanza, fumando per
tutto il tempo. Stava quasi per abbandonare e tornarsene indietro, a Vienna. Ma poi, quel mattino poco
dopo le sette, il proprietario dell'albergo aveva bussato alla sua porta dicendo che di sotto l'attendeva
una chiamata.
Jacob Roumann si era precipitato a rispondere. Per ventun anni aveva immaginato il volto di
quella donna, ma mai la sua voce.
Il dottor Roumann?
S, signora.
Sono Isabel Scott Phillips.
Si era presentata con il nome da sposata, e quel dettaglio non era sfuggito a Jacob Roumann.
Poi la donna gli aveva rivolto una strana domanda, di cui non aveva colto esattamente la ragione.
 sicuro di volermi incontrare?
Jacob Roumann immaginava che sarebbe stata lei ad avere delle remore. Spiazzato, le aveva
risposto semplicemente di s.
Allora le do l'indirizzo, l'aspetto fra un'ora. Poi Isabel aveva riattaccato.
E adesso, sul marciapiede di fronte a quel bel palazzo di Manhattan, lui cercava di ricordare che
tono avesse durante la telefonata. Era seccata, oppure triste? Gli era sembrata fredda. In effetti, dopo
che lei gli aveva domandato se era sicuro, non era pi tanto certo che fosse la cosa giusta da fare. Ma
dopo tutta quella strada, ora non poteva voltarsi e andarsene.
E poi aveva fatto una promessa. E come diceva sua moglie, le promesse fanno pesare il cuore.
48
Era la casa di persone abbienti. Jacob Roumann, in piedi nell'ingresso, stringeva il cappello tra
le mani e si guardava intorno  l'arredamento dco, i pavimenti di marmo chiaro, l'argenteria, i quadri
alle pareti. Un maggiordomo lo introdusse in un salone in cui il colore dominante era il verde. Lo invit
ad accomodarsi sul divano e si conged.
Il medico trascorse alcuni minuti in compagnia del ticchettio di un orologio a muro. Poi la porta
si apr nuovamente e lui si alz dal suo posto. Apparve una donna. Portava i capelli corti, alla moda,
venati di bianco, come fosse un vezzo non averli tinti. Aveva un fisico longilineo, la carnagione
ambrata. Nella fantasia di Jacob Roumann non aveva cinquantasette anni, perch fino a quel momento
era ancora una ragazza, come nella storia che gli era stata raccontata. Gli occhi lo colpirono: erano
ancora giovani, nerissimi, e con un taglio che avrebbe detto arabeggiante. Li punt subito su di lui, poi
gli tese la mano.
Mi dispiace che abbia dovuto aspettare cos tanto che la richiamassi, si scus Isabel Scott
Phillips.
Non si scusi, la prego. Sono io in ritardo di ventun anni, le rispose Jacob Roumann.
Suppongo che non sia stata un'impresa facile rintracciarmi.
Non  stato solo quello. Sono un medico di campagna, non molto ricco, e non mi  possibile
viaggiare. Non disse che gli era costato dieci anni di dure economie. E poi, di questi tempi, non 
facile lasciare l'Austria.
Capisco. Isabel gli indic nuovamente il divano e sedette su una poltrona di fronte a lui.
Mi rendo conto di essere piombato nella sua vita senza preavviso, rievocando ricordi che forse
non sono piacevoli. Non volevo mettere a disagio lei o suo marito, mi creda.
George  fuori citt. Ha accompagnato la nostra terzogenita a un concorso ippico,  una patita
di cavalli.
Aveva dei figli, si compiacque Jacob Roumann, cos come Isabel desiderava quando stava con
Guzman.
 stato mio marito a spingermi a incontrarla da sola. George  un brav'uomo.
Jacob Roumann comprendeva, non  mai facile affrontare il passato. Forse  il caso che le dica
prima chi sono, poi cosa ci faccio qui.
Va bene, disse soltanto Isabel, predisponendosi all'ascolto, ma senza ansia.
Nell'ora successiva le raccont cos'era accaduto la notte fra il 14 e il 15 aprile del 1916 sul
monte Fumo, la storia che Dav aveva riversato nella sua memoria. Lei segu ogni passaggio in
silenzio, tenendo le mani in grembo e senza scomporsi, annuendo di tanto in tanto. Il racconto non
sortiva effetti evidenti su di lei, ma Jacob Roumann si accorse che ogni volta che pronunciava il nome
di uno dei protagonisti, in Isabel cambiava qualcosa. Era quasi impercettibile, ma succedeva.
Le spieg com'era morto Dav. La fucilazione era avvenuta di fronte al ghiacciaio perenne.
Mentre lo conducevano davanti al plotone d'esecuzione insieme ai compagni alpini, l'ufficiale italiano
che si era rifiutato di rivelare nome e grado sembrava quasi contento di ritrovare la sua amica morte,
dopo la notte del loro primo incontro sul Titanic. Nel tempo necessario a caricare i fucili, Dav
recuper per pochi secondi la spavalderia del principe guascone e gli url: Questa la metta nella sua
agenda, dottore. Come prima voce della pagina del 15 aprile. Perch dal primo morituro di oggi
ricever il pi bell'inizio di poesia che si possa immaginare... Ore 6.24. Soldato senza nome: 'Per
sempre forse'.
Al termine del racconto, Jacob Roumann prese dalla tasca della giacca la lettera del prigioniero.
Isabel non si sporse per alleggerire la sua mano. Cos il dottore la pos sul tavolino fra loro, a met
strada.
Lei osserv la busta. Perch  venuto fin qui, dottor Roumann? E non mi risponda che  stato
solo per recapitarmi questa.
Era per caso il senso della domanda che mi ha posto stamattina per telefono, se davvero ero
intenzionato a incontrarla?
Ci sono persone che vogliono la verit, altre che preferiscono immaginarla. A quale categoria
appartiene, dottor Roumann? Lei  qui perch vuole una risposta, non  cos? Isabel lo guardava come
se potesse leggergli dentro. Vuole sapere se la storia su cui si  interrogato per ventun anni, e che l'ha
condotta fino a qui,  reale. Indic la lettera con il capo. La risposta potrebbe essere l dentro, e lei
non l'ha neanche sbirciata per sapere se valeva o meno la pena fare tutta la strada e lo sforzo per venire
a portarmela? Non posso crederci...
Jacob Roumann tacque.
Chiss quante volte, per esempio, si sar domandato se i fatti al Gran ballo dell'Ambasciata di
Spagna sono andati proprio come glieli hanno narrati... Sa come fece Guzman a scoprire il mio nome
prima di tutti gli altri?
Dav disse che neanche lui lo sapeva, che era uno dei pochi segreti che Guzman custodiva
gelosamente.
Semplicemente, secondo Guzman la storia non era abbastanza affascinante da meritare
d'essere raccontata... Mi fece spiare da uno della servit, ecco come fece. Guzman compr il mio
nome,  tutto qui il mistero. Lo disse con una nota rabbiosa nella voce. E il fatto che ripetesse che
l'aveva scelto per darlo a una montagna era solo un modo per compensare tanta banalit. Poi emise un
doloroso sospiro. Nonostante tutto, a Guzman sar sempre legato il ricordo dell'amore che fa tacere
tutti gli altri. Lui era il mio vento.
Era la sintesi perfetta, pens Jacob Roumann. Invece lui non era mai stato il vento di nessuna, e
se ne rammaric.
Mi hanno abbandonato entrambi, Guzman e Dav. Isabel scosse il capo e sorrise tristemente.
Mi hanno abbandonato entrambi e io non ho mai saputo il perch.
Jacob Roumann avvert il bisogno di dire qualcosa. Non  necessaria una ragione. Mia moglie
mi ha lasciato per un altro, eppure so che mi ha amato. Fece una pausa. Non sono fra quelli che
pensano che il dolore sia un pegno. Che tutto quello che ricevi hai il diritto di restituirlo.
Scommetto che ci che la ferisce ancora  che lei non le abbia mai chiesto di perdonarla.
No, non  questo. Jacob Roumann scosse il capo. Non mi ha mai detto addio.
Isabel si alz dal suo posto, and a sedersi accanto a lui, gli prese le mani. Mi dispiace.
E perch dovrebbe? sorrise il medico. L'ha detto lei poco fa: ci sono persone che vogliono
la verit, altre che preferiscono immaginarla. E nel mio caso la verit  che tutto finisce, anche l'amore.
 insano rimanere innamorati di un ricordo. Poi guard Isabel. Ma avrei voluto lo stesso avere una
lettera come la sua.
Lei abbass gli occhi sulla busta, in colpa.
Jacob Roumann le lasci le mani e si alz per congedarsi. Sono contento di essere riuscito a
parlarle. In fondo, sono solo sopravvissuto a una guerra per venire qui. I suoi gesti esprimevano
riconoscenza e tenerezza. Ma adesso devo ripartire.
Non ha pensato di rimanere invece? L'America  un paese accogliente.
Jacob Roumann sapeva a cosa si riferiva, ma il suo vecchio cuore ebreo aveva una risposta
anche per questo. Presto in Europa ci sar un altro conflitto. L'odio  come il vapore, non puoi
trattenerlo, prima o poi esplode, anche se qualcuno pensa che in fondo sia solo acqua. Ma il mio posto 
fra i pazienti del mio villaggio  i bambini con le ginocchia sbucciate, le donne incinte, i vecchi con i
reumatismi. Ho scoperto un nuovo modo per curarli, e lo conosco solo io, questo  il problema.
Che modo sarebbe?
Racconto le avventure di Eva Mlnar. E funzionano, funzionano sempre... Non l'ha capito? Io
sono l'ultimo aedo! ironizz, puntando il dito al cielo. Perch voleva evitare di dirle la verit. Cio,
che aveva un altro compito da portare a termine: la donna dei fiori di carta stava aspettando la sua
storia. E se lui non fosse arrivato fin l, dall'altra parte dell'oceano, non sarebbe potuto mai tornare da
Anya per raccontargliela.
Isabel parve stupirsi. E dopo tutti questi anni e ci che ha passato per recapitarmela, non vuole
conoscere il contenuto della lettera?
La verit non fa per me, le disse Jacob Roumann, serenamente. Per mi piace immaginarla.
___
Cara Isabel, Isabel cara,
questa lettera ti ha trovata perch io non ci sono pi. Ma la morte di un giorno  gi passata. E
queste poche righe ora sono tutto ci che rimane di me.
Diranno che sono venuto in guerra per riscattare una vita priva d'onore. Ma non sar la
verit. Sono qui per cercare la morte. Perch chi l'ha guardata negli occhi  come me, in mezzo
all'oceano  non pu pi fare a meno di sfidarla.  una cosa strana: da una parte c' il sollievo per
averla scampata, dall'altra il desiderio di avvicinarla. Chi non l'ha provato non pu capire.
Ma  giusto che tu sappia, che tu conosca una verit che non immagini. Avrei dovuto
parlartene. Ma non ho saputo, non ho voluto. Mi  mancato il coraggio.
Guzman stava morendo.
Lui non poteva dirtelo. Non poteva. Tutto solo una volta. Una volta sola, ricordi? Lui
avrebbe dovuto dirti addio ogni giorno. Ha preferito farlo in un'unica occasione.
Una parola su un biglietto. Un nome. Lui l'aveva scelto... L'aveva scelto, capisci? Perch
Guzman non aveva mai dato un nome a una montagna.
E per lui esisteva soltanto un nome. Il tuo.
Eppure manca ancora qualcosa. Non ti pare? Voglio dire: cosa c' di pi definitivo della
morte? Per manca un particolare. Un dettaglio che ci riscatti, che ci salvi tutti. Manca un gesto. Una
cosa piccola. Ma importante. Come fumare.
Questa  la verit. Finalmente. Spero che qualcuno mi perdoni. Prima, per, un'ultima cosa.
Io ho rivisto Guzman.
S, l'ho rivisto in una notte di stelle nell'aprile del 1912. La sorte ci aveva messi entrambi su
un'enorme nave d'acciaio dal nome grottesco, una nave al suo primo viaggio, dall'Inghilterra
all'America, quello che non sarebbe mai riuscita a finire.
E forse lui lo immaginava.
Quando per caso scoprii che era a bordo, pensai che avesse saputo dov'eri e che volesse
raggiungerti. Quando lo vidi, per  quando vidi il suo stato , capii che non era cos.
Gli mancava poco. E lo sapeva.
E io allora mi chiesi come mai fosse venuto a morire cos lontano dalle sue montagne, in mezzo
al mare.
La risposta la ebbi mentre tutto si inabissava.
Vidi un uomo sul ponte  elegante, immobile, incurante. Fumava.
Aveva fra le dita il sigaro di Rabes e guardava qualcosa dritto davanti a s. Da come lo
ammirava sembrava che lo avesse aspettato, che lo avesse cercato.
Ho immaginato che l'anima di Guzman fosse in quell'ultima nuvola di fumo, che la seguiva, e
che poi lo guardava dall'alto e lo riconosceva.
Un uomo di spalle, la mano in tasca  senza paura, senza pensieri, finalmente contento. Con un
sigaro d'argento da baciare. E una montagna di ghiaccio da battezzare.
...
FINE.
...
.
...
Nota dell'autore.
.
La prima volta che ho sentito la storia di Otto Feerstein mi sono detto che sarebbe stata
perfetta per un thriller. Mi sbagliavo. Perch questo  un noir.
Inutile aggiungere che, superati i cento anni dal naufragio del Titanic, nessuno ha ancora risolto
il mistero dell'identit dell'uomo che fumava sul ponte del transatlantico.
La storia con cui ho cercato di dare una risposta all'enigma, prima di diventare un romanzo, ha
avuto molte vite.  stata un monologo musicale per il teatro, con la magnifica colonna sonora composta
da Vito Lo Re. Un soggetto cinematografico. Un racconto durante una lunga notte in mare. Una
dichiarazione d'amore.
Anche altre vicende che ho inserito fra queste pagine hanno un'origine reale. Ma a parte
invitarvi a scoprire cosa accadde a New York il 6 maggio del 1937 o consigliarvi un viaggio in Cina
per ascoltare le montagne cantanti, resto fedele alle regole di Guzman e non mi va di svelarvi quanto di
vero ci sia in questi piccoli racconti.
L'unica verit che vi concedo riguarda una battaglia sul fronte dolomitico, effettivamente
combattuta e vinta dagli italiani contro gli austriaci fra il 12 e il 16 aprile del 1916. Il monte Fumo,
perci, non  una mia invenzione, fu davvero fra i teatri di guerra di quei giorni. La scoperta
dell'incredibile coincidenza con l'anniversario dell'affondamento del Titanic la devo allo storico
Giovanni Liuzzi  nonch mio ottimo professore al liceo. Le eventuali inesattezze, invece,
appartengono solo all'allievo.
.
Per raccontare un piccolo scenario della Grande Guerra, ho dovuto attingere ai racconti e alle
memorie dei reduci e dei sopravvissuti. Non sempre  stato piacevole leggere vicende come quella
degli ufficiali italiani che, per spingere la truppa ad attaccare e a farsi quasi certamente massacrare,
sparavano in testa ad alcuni soldati scegliendoli a caso. Delle guerre rimangono monumenti che
celebrano gli eroi, ma forse sarebbe meglio ricordare anche quanti, nell'ombra del conflitto, hanno
usato metodi vili e disumani in nome e per conto della Patria.
Mi rendo conto che scrivere una storia sull'arte del fumare in un'epoca di integralismi salutisti
mi esponga al pericolo di strali. Perci ribadisco solennemente che il fumo fa malissimo e che anche il
sottoscritto ha smesso da tempo d'intossicarsi con la nicotina. Per rivendico lo stesso il diritto di
raccontare personaggi tabagisti convinti, imperterriti avvelenatori di se stessi che se ne infischiano della
morte oppure di sembrare politicamente corretti. Perch ci che nuoce gravemente alla salute dei
benpensanti  soprattutto la libert degli altri.
Infine, come sempre, ringrazio quanti hanno voluto bene a questa storia. Ma stavolta la mia
riconoscenza va anche a tutti quelli che, come Guzman, la tramanderanno.
.
Donato Carrisi.
...
FINE.